Ospitaletto-Brescia, Maifredi: «Sfida tra due tecnici che propongono»

Ospitaletto è stato il suo trampolino di lancio nel calcio che conta. Brescia, da bresciano doc, buona parte della sua vita, tra quella professionale e quella passionale per quel mondo che da sempre rappresenta il «suo» mondo. Gigi Maifredi è il perfetto doppio ex dell’inedito derby di domenica, ma il Maifer vuole mettere i puntini sulle i: «Da personaggio che è nato nel segno del Brescia con la V sul petto, non mi riconosco ancora in questa Union. Ma sia chiaro che non sono contrario al progetto perché presumo che non ci siano state e che non ci siano, almeno al momento, le possibilità di fare diversamente. Ecco perché questa non la sento come la "mia" partita: io sono nato nel Brescia, ho fatto parte del Brescia e non dell’Union. Discorso che, chiaramente, non riguarda l’Ospitaletto».
Quindi lei non si riconosce in questo «nuovo» Brescia, seppur quell’«ancora» di cui sopra dica altro…
«Ripeto: io non sono contro chi ha fatto questa operazione camaleontica. Solo non mi vedo come appartenente alla storia di questa squadra che è la Feralpi. Certo, se tra qualche anno avrà acquisito i crismi, V e logo, del vecchio Brescia, è chiaro che sarò contentissimo di dire che io sarò figlio di questa realtà».
Ma almeno quel pallone la appassiona sempre?
«Uno come me che è nato con il calcio nella testa, non può abbandonarlo. Certo, se mi chiedete se ho ancora la passione che avevo qualche anno fa, allora dico di no. Però, l’attrattiva esiste e resiste per quel mondo che ha fatto parte della mia vita per tantissimo tempo».
Che giudizio ha tratto vedendo le due realtà fin qui?
«Non ho ancora visto dal vivo nessuna delle due squadre, ma ho seguito in tv diverse partite che hanno giocato, più che altro quelle dell’Ospitaletto per il discorso di cui sopra: il mio attaccamento al Brescia finisce con l’era Corioni. Ho comunque visto un Ospitaletto messo bene in campo che sa quello che vuole, poi è chiaro che abituarsi ad una categoria nuova comporta un certo tempo di adattamento».
Ospitaletto-U.Brescia vuole anche dire Quaresmini-Diana, la sfida diretta tra due allenatori bresciani. Cosa pensa di loro?
«Quaresmini si è fatto stimare vincendo campionati su campionati. L’etichetta di vincente gli sta a pennello. Diana ha pure vinto campionati importanti e questo vuol dire che sono due allenatori di proposta. Sul fatto che poi in futuro possano arrivare a livelli alti, dipende da tante cose… Certamente non sono due allenatori banali».
Come giudica questa serie C?
«Come tutto il calcio italiano, sta vivendo una trasformazione da tecnico a tattico-agonistico. E d’altronde, questo è l’ultimo modello di calcio proposto. Difficile vedere grandi giocatori, facile invece trovare grandi atleti. Anche a livello alto, di giocatori che incantano il pubblico sono sempre meno, ma trovi grandi atleti. Ed è quello che in fondo oggi serve per l’evoluzione calcistica mondiale. Si corre molto. Quello sì, perché è aumentato a dismisura il livello di preparazione. Così come i numerosi staff a disposizione degli allenatori che guardano tutto, da come mangiano a come dormono i giocatori. Ed è chiaro che l’aspetto atletico sia aumentato parecchio, anche in C».
Quindi non è più la fucina di promesse per le serie superiori?
«I grandi giocatori ora li trovi all’estero, non più in Italia che non è più il più bel campionato del mondo. E quando arrivano dei top come Modric o De Bruyne verso fine carriera, la differenza la si nota ancora. E questo deve fare ragionare».
Ma alla fine, lei domenica sarà al Corioni per il derby?
«Non lo so ancora. Non ci sono ancora andato e farlo sembra che io sia un amante dell’apparire, ma questo non fa parte di me. E poi, non mi sono ancora calato nella parte di quello che dice "vado a vedere il Brescia". Spero che il tempo, e gli accadimenti futuri, mi cambieranno».
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