Comassi, eroe scudetto del Brescia che poi non sfondò nel grande calcio

Certe imprese restano scolpite anche se i loro protagonisti sono eroi atipici: dimenticati dalle grandi platee, eterni per i testimoni delle loro gesta. Mario Comassi è uno di questi: fu lui a sbloccare la finale con il Napoli, nel 1975, che consegnò lo scudetto al Brescia Primavera. «Dopo quella vittoria la mia carriera non prese la piega che mi aspettavo – racconta –. Feci il militare e mi trasferii al Civitavecchia, dove segnai una decina di gol tra serie D e Coppa Italia. Al mio ritorno a Brescia non arrivarono proposte particolarmente allettanti: per quattro o cinque anni giocai a Lumezzane, in Promozione. Poi scesi di categoria per continuare a divertirmi».
Quel trionfo, però, a Brescia non l’ha dimenticato nessuno. Domani lei e la squadra sfilerete al Rigamonti prima della sfida con il Vicenza. Emozionato?
«Ci teniamo tutti, davvero. Ritrovarsi è sempre bello, tra di noi c’è fibrillazione per questa opportunità che la società ha deciso di darci. Ci sentiamo da circa una settimana, anche per organizzarci e capire quello che ci attenderà allo stadio».
Facciamo un passo indietro e ricordiamo le tre finali: 1-1 all’andata in Campania, stesso risultato al Rigamonti, e infine la «bella» a Firenze.
«Furono ugualmente importanti. Ci fu grande equilibrio, io segnai in tutte e tre. E poi…».
Poi firmò l’1-0 nell’ultima, quella più importante, a cinque minuti dalla fine.
«Ricordi indelebili. I compagni che mi saltano addosso, Gavazzoni che urla “abbiamo vinto il campionato”. Qualcosa che non potrò mai dimenticare».

Pensare che lei quell’anno partì come riserva di Altobelli.
«Che poi fu aggregato alla prima squadra. E così io mi presi la maglia da titolare, senza più lasciarla. Conclusi la stagione a quota 22 reti. Ne fece una in più Nicolini, che firmò il definitivo 2-0 in Toscana. Eravamo una gran coppia gol, ci sentiamo ancora. Io ero un brevilineo, generoso. Finivo sempre le partite senza energie».
Un altro protagonista di quella squadra era Beccalossi, che purtroppo domani non potrà esserci.
«Ci ritroveremo un po’ prima della partita, anche perché non ci vediamo da almeno cinque anni, e sicuramente parleremo di Evaristo. La sua assenza mi rattrista, dispiace molto che abbia avuto questo problema di salute. In campo era quello che mi lanciava: a volte partivo troppo in anticipo, ma la precisione del suo piede mi consentì di fare tanti gol».
L’artefice di quella vittoria fu Mauro Bicicli: quanto fu importante per arrivare al traguardo?
«Il miglior allenatore che abbia avuto. L’unico professionista che abbia incrociato in carriera, a onor del vero. In allenamento, appena notava qualcosa che non andava, ti richiamava con quella sua voce stridula. Ti spingeva a dare sempre il meglio, per questo conservo un ricordo splendido di lui».

Il vostro gruppo aveva un’anima fortemente bresciana.
«Eravamo quasi tutti della provincia, con qualche eccezione: Bussalino era di Genova. De Faveri, il portiere di riserva, di Belluno. E poi c’era Crotti, il capitano, che era di Crema. Ma quella componente di brescianità ci aiutò molto in quella cavalcata».
Trova delle analogie con la società attuale?
«Certamente. Qualcosa l’avevo già annusata nei mesi scorsi, ora ne ho avuto la conferma. È sicuramente un vantaggio in più, che va sfruttato».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Sport
Calcio, basket, pallavolo, rugby, pallanuoto e tanto altro... Storie di sport, di sfide, di tifo. Biancoblù e non solo.
