Calcio

Marco Zambelli, ex capitano: «Il Brescia resta una grande opportunità»

Fabrizio Zanolini
Anche lui ha sofferto il colpo alla notizia della possibile retrocessione in C, ma guarda al futuro con sguardo dritto: l’intervista
Marco Zambelli, ex capitano delle rondinelle - © www.giornaledibrescia.it
Marco Zambelli, ex capitano delle rondinelle - © www.giornaledibrescia.it
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Al cuore, si sa, non si comanda. E quel cuore era ed è rimasto biancazzurro. Un cuore che, come tutti quelli innamorati della Leonessa, ha sofferto e subìto il classico «colpo» nell’apprendere domenica scorsa la notizia-choc che ha sconvolto casa Brescia e di riflesso la serie B.

Quel cuore che ha battuto 299 volte nel petto sotto la V bianca è quello di Marco Zambelli, bresciano e rondinella doc che prova a commentare quanto sta succedendo ma con, per dirla alla Pierangelo Bertoli, uno sguardo dritto e aperto sul futuro.

Zambelli, lei è rimasto nell’ambiente calcio e legato sentimentalmente, seppur da esterno, alle vicende del Brescia: come ha appreso della ormai nota questione che riguarda la sua ex squadra?

«È stato un vero fulmine a ciel sereno, seppur l'aria che si respirava era quella di un ambiente non certo tranquillo. Ma questo non faceva però pensare che fosse imminente un pericolo sotto questo punto di vista. Ed è stata, per la tempistica, una vera beffa visto che si era festeggiata da pochi giorni una, nonostante tutto, meritata salvezza».

Ma come si può sentire un giocatore che si trova nel mezzo di una faccenda simile?

«Ti trovi spaesato. Già hai vissuto le ultime giornate cariche di tensione e con una pressione che spesso è pure esagerata, perché stiamo pur sempre parlando di calcio. Ma chi sente addosso quel senso di appartenenza, così come chi è innamorato di quella maglia, non può non soffrirne. Giocatori a parte, c’è chi vive di quella passione».

Questi giorni la fanno tornare indietro nel tempo a quel 2015 quando, con il Brescia ad un passo dal fallimento poi sventato, lei rinunciò a contratto e soldi per aiutare la società?

«Un po’ c’ho pensato. Ma credo che ora ci sia nella gente un’idea diversa, un diverso modo di vedere la situazione. Allora c’era un presidente come Corioni a fine corsa dopo così tanti anni, tante avventure ed un percorso personale di malattia che l'avevano sfiancato. Quando qualcosa finisce, si spera sempre che finisca tra gli applausi per quanto fatto, ma non fu così. E ancora meno lo è oggi, perché qualche anno fa ci fu l’illusione di essere ripartiti verso qualcosa di importante che invece i fatti non hanno supportato».

Come vede l’imminente futuro del Brescia?

«Io sono un romantico. Si parla tanto di persone che, nonostante abbiano i comprensibili timori, si stanno avvicinando e questo certifica quello che io ho sempre pensato: il Brescia, oggi, rimane un’opportunità perché è completamente da ricostruire. Non ha uno stadio suo, non ha un centro sportivo suo, non ha una sede sua. Brescia è un terreno vergine situato al centro della regione italiana più ricca. Una città dall'altissimo fatturato. E dove il calcio può e deve essere un veicolo importante...Non so come stiano le cose, ma di certo c’è, visto che è uscito pubblicamente, che ci sono questi mediatori bresciani che hanno a cuore il Brescia. Si spera sempre che i soliti noti facciano un passo avanti oltre le loro realtà imprenditoriali, ma io non credo che cambino l’idea che hanno sempre avuto da un giorno all’altro. Mentre ci sono queste altre persone che si stanno mettendo in gioco e ho la netta sensazione che, se ci sarà un cambiamento, tanti altri siano pronti a dare una mano. Brescia non è mai stata brava in questa coesione, ma mi piace pensare che non ci sia mai stato qualcuno in grado di mettere insieme le parti. E se una volta il presidente decideva tutto, ora le realtà del futuro dicono di gestioni condivise. Brescia non è una città senza cuore, è mancato solo il comune obiettivo: se saprà allinearsi con i tempi, ha un potenziale incredibile».

Lei pensa che tutto sia stato fatto in buona fede?

«Se devo pensare da imprenditore che il rischio mi possa portare a vendere una società in C invece che in B, mi sfugge il nesso. Credo si sia trattato di un’ingenuità. Se c’è dell’altro, nessuno di noi può saperlo. Cellino è sempre stato, nonostante tutto, un imprenditore coerente sotto questo aspetto: per questo faccio fatica a capire un errore del genere rispetto a quella coerenza. Certo, se poi le ricevute di versamento ci sono, uno sta tranquillo finché non lo avvisano del contrario».

Se dovesse chiudersi, male, una porta, si aprirebbe un portone?

«Proprio per quanto ho detto, dico di sì. Soprattutto visto quello che sta succedendo. E poi ripeto: sono davvero convinto che Brescia sia una grossa opportunità».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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