Calcio

Le lacrime di Mihajlovic e il vero senso del dolore

Il tecnico del Bologna, parlando di quanto accade in Ucraina, ha ricordato la guerra che lui e la sua famiglia hanno vissuto
Sinisa Mihajlovic allena il Bologna - © www.giornaledibrescia.it
Sinisa Mihajlovic allena il Bologna - © www.giornaledibrescia.it

L’ultima volta si era commosso nel 2019 nell’annunciare di essere stato colpito dalla leucemiaSinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna, è tornato a farlo in settimana e non certo perchè era preoccupato per la trasferta di Salerno. Gli hanno chiesto della guerra e lui ha ricordato la sua, quella civile nella ex Jugoslavia scoppiata mentre negli anni Novanta ancora giocava a calcio da noi.

«Sentivo partire gli aerei dalla base militare di Aviano allora chiamavo mia madre per avvertirla di cercare riparo». E poi lo sfogo: «Di queste cose si parla tanto nei primi giorni, poi un po’ alla volta diventano notizie secondarie prima di sparire del tutto. Non è giusto , non può essere così». E  a questo punto, con le prime lacrime, ha lasciato la conferenza stampa.

Vedere un uomo così combattivo – che ha vinto, oltre alla battaglia contro la malattia anche quella col Covid – in tutta la sua debolezza dà più senso al dolore, lo rende credibile e induce a una riflessione. Ci piaccia o no, quanto sta succedendo in Ucraina riguarda tutti, anche il mondo dello sport che ha reagito compatto. Non c’è manifestazione che non ne sia stata toccata, dal ventilato boicottaggio del Gp di Sochi allo spostamento della finale di Champions League in programma a San Pietroburgo.

Ed è un passo avanti rispetto a quanto avvenuto nel 1972 quando un commando di palestinesi assaltò ai Giochi di Monaco il quartiere generale israeliano: ne seguì un conflitto a fuoco che provocò 17 morti, eppure lo show nei giorni dopo andò avanti lo stesso. Né noi abbiamo dato segni di grande coerenza quando nel 1980 il mondo occidentale si rifiutò di partecipare ai Giochi di Mosca dopo che la Russia aveva invaso l’Afghanistan, ma l’Italia all’Olimpiade ci andò lo stesso però senza inno né bandiere.

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Altre forme di dissenso anti Putin stanno fiorendo in altri ambiti sportivi, sperando non restino isolati. Noi, a casa, possiamo fare il nostro, a cominciare dalle tv che da anni hanno sdoganato il dolore, rendendolo artefatto e superficiale: si piange per un’esclusione dal Grande Fratello, per non essere stati premiati alla mistery box di Masterchef, perché un cucciolo è stato salvato dal canile in diretta tv. A Kiev si piange davvero. Con l’auspicio che cambi anche il linguaggio dei certi telecronisti. Perché una punta centrale non va «a fare la guerra» in area di rigore. Poi per qualche allenatore c’è sempre «la partita in cui ci giochiamo la sopravvivenza» e c’è ancora chi scrive che la squadra regge al «bombardamento avversario». In segno di rispetto verso il popolo ucraino, cominciamo a cambiare noi.

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