Lo capisci già arrivando al Rigamonti: zero traffico, e i parcheggi non mancano. Così, non ti stupisci quando entri, e vedi che gli spalti di Mompiano sono semivuoti. Ieri, nella gara contro il Cittadella, solo 3.275 spettatori. Per quanto concerne la stagione in corso, è il secondo dato più basso. Andò peggio solo alla prima gara interna del campionato, il 27 agosto, quando in 3.125 assistettero a un divertente Brescia-Cosenza 5-1.
Al di là delle varie limitazioni per il Covid, se in quel caso ci poteva essere l’alibi della fine dell’estate, con qualche coda di vacanza, per la partita di ieri dobbiamo immaginarci qualche migliaio di bresciani in settimana bianca? Parliamo di qualche migliaio perché a Mompiano si era comunque arrivati anche a circa 6.500 spettatori per il derby contro la Cremonese, ed a oltre 6.200 paganti per lo scontro diretto col Pisa (dati comunque «dopati» dalla presenza di supporter ospiti).
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A Mompiano, invece, fa freddo. E, davanti a 5-6mila o poco più di 3mila spettatori, Pisa, Monza e Cittadella hanno raggiunto i rispettivi obiettivi (vittoria, vittoria, pareggio) senza grande sforzo. Si è - giustamente - ragionato molto circa le cause tecnico-tattiche di quei risultati negativi per la Leonessa. Ma c’è dell’altro. Il Rigamonti, e non soltanto da questa stagione, non risulta una minaccia per gli avversari. Poca pressione contro gli ospiti, flebile spinta a favore delle rondinelle. Un controsenso, se si considera che, comunque, il Brescia occupa da inizio stagione posizioni di vertice. O, forse, un senso c’è. Ma è da cercarsi molto più in profondità. Tra le radici profonde di una liaison complicata tra il club e la terra che rappresenta.




