Frank Kamal: «Grato allo sport e all’Italia ora voglio restituire qualcosa»

La vita gli ha dato la possibilità di mettere le ali e lui ce l’ha messa tutta per volare più in alto che ha potuto. E ora che ha raggiunto la sua quota, non gli manca nulla e si sente un giovane uomo realizzato, sente il richiamo delle radici.
«È successo tutto questa estate, quando sono tornato in Ghana. Mancavo da 12 anni e non so spiegare le emozioni che ho provato. È stato qualcosa di fortissimo. Sensazioni che non volevo disperdere e che mi hanno portato a riflettere e a chiudere una specie di cerchio. Ho capito che io dallo sport ho avuto moltissimo: direi tutto. Allo sport sono grato. Quindi, ora vorrei nel mio piccolo provare a "restituire" qualcosa di quanto ho avuto giocando a calcio. Mi piace pensare di poter fare qualcosa per qualche ragazzino che era come me...E così ho deciso di riaprire la scuola calcio che era gestita da mio nonno Alhaji a Koforidua (capoluogo della Regione Orientale, meno di 200.000 abitanti, ndr)».
L’idea
La costruzione di un «ponte» tra il Ghana e l’Italia attraverso Brescia e il mezzo di una associazione che ha appena fondato che si chiama «Hope Stars Academy»: è quel che si è messo in testa Frank Kamal, classe 1991, difensore centrale ora in forza alla Soresinese di Eccellenza e una carriera perlopiù spesa nell’ambito dilettantistico bresciano dopo il tramonto del grande sogno di poter essere un calciatore di professione. Le sue carte non se le è potute giocare perché queste carte sono state inghiottite dall’abisso della leggendaria burocrazia italiana.
A ogni modo, una grande delusione non ha comunque impedito a Kamal - arrivato dal Ghana all’età di 9 anni e stabilitosi con la famiglia a Gardone Valtrompia - di continuare a coltivare la sua passione per il calcio e in parallelo di coltivarsi come persona: «Le due cose, ed è appunto da questo che nasce il mio progetto, sono strettamente collegate. Perché col calcio mi sono potuto mantenere e così quando la mia famiglia dalla Valtrompia si è trasferita a Londra, io sono potuto restare. Pagandomi anche gli studi».
La storia

Kamal, è laureato in lingue e letterature straniere, lavora al commerciale estero di un’azienda di Prevalle e parla fluentemente anche inglese, francese, spagnolo e tedesco («oltre al ghanese, sia quello che parla papà che quello che parla mamma»). Tutto ciò che Frank è e ha, insomma «nasce dal calcio. E se io potessi fare in modo che anche solo per un bambino lo sport fosse una opportunità, io sarei l’uomo più felice sulla faccia della terra.
Di certo nel quartiere dove la scuola calcio che è stata chiusa nel 2013 alla morte di mio nonno fare sport non è una priorità e anche quando sono tornato ho visto per esempio alcuni miei cugini andare a vendere l’acqua prima di andare a scuola… I genitori di Koforidua insomma non pensano certo prima di tutto allo svago dei figli, ma se ci fosse di nuovo un luogo di aggregazione con un minimo di struttura darebbe una prospettiva e una visione diverse...».
E ancora: «Per me sarebbe anche un modo di onorare al massimo la memoria di mio nonno che aveva a sua volta lo scopo di fare qualcosa per qualcuno. Mio papà mi ha subito appoggiato e ci siamo rivolti alle autorità locali per prendere accordi su come poter comprare il terreno sul quale ci sono ancora le "ceneri" del vecchio progetto che erano un campo e una palestrina. Investiamo del nostro e poi l’obiettivo è di autofinanziarci.
E per questo, grazie all’aiuto dell’avvocato Patrizia Concari e del consigliere provinciale Roberto Bondio, ho fondato l’associazione attraverso la quale organizzare iniziative a sostegno».
Intanto: «Sempre nell’ambito degli investimenti personali per dare il via al progetto, insieme a una mia amica stilista che si chiama Giorgia Bertoli, ho creato anche una linea di abbigliamento che si chiama "Log", acronimo di "Love of the game", l’amore per il gioco. Tolti i costi, tutto ciò che resterà dalla vendita andrà all’associazione. Il mio primo obiettivo è riuscire a costruire un campo con l’erba sintetica, una struttura che faccia da spogliatoi e un minimo impianto di illuminazione».
Ma al di là del progetto della «Hope Stars Academy» l’intento «è quello di portare avanti la lotta alla discriminazione perché c’è ancora tanto da fare. Io l’ho subìta, ma ho saputo fronteggiarla. Però il fatto ciò non mi autorizza a fingere che vada tutto bene per tutti. È un lavoro grande quello che va fatto e che si deve basare sulla reciprocità. Ci sono ancora tante famiglie di extracomunitari restie a far fare sport ai figli e invece lo sport è uno strumento di inclusione incredibile. Occorre che tutti si sia disposti ad aprirsi per conoscersi: non è vero che qui non ci sono opportunità: occorre essere pronti a coglierle, anche con pazienza.
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