Brescia, il bisogno di ritrovare l'elettricità

Non è il male, né la botta, ma il livido. E quello lasciato dalla Spal ha indubbiamente condizionato la prova col Cittadella, da dove il Brescia è infine tornato con un altro male, un’altra botta e, soprattutto, un altro livido. E non esistono pomate o fasciature miracolose in grado di assorbirlo. L’unica cura, in certi casi è la forza di volontà.
Ci sono momenti in cui non ci si possono prendere turni di riposo, in cui non è possibile marcare visita in infermeria, ma al contrario occorre stringere i denti e giocare sul dolore. Superando prima di tutto uno scoglio psicologico: quel momento, per il Brescia è questo. Se il contraccolpo del gol di Latte Lath era stato tanto forte, come si può pensare ora che non lo sia altrettanto - se non di più - il sinistro nell’angolino di Cassandro?
La preoccupazione c’è ed è inutile nasconderla: che come sempre, a colpire non è tanto un risultato negativo - quando si gioca e lo si fa fino in fondo si può vincere, perdere o pareggiare -, ma le modalità con cui quel risultato eventualmente arriva.
E tra la Spal e Cittadella, gli interrogativi sulla tenuta mentale del Brescia si sono inevitabilmente moltiplicati insieme alla perplessità destata da alcuni giocatori apparsi svuotati e non armati di un consono atteggiamento da obiettivi che contano.
E a seguito di un esonero, è inevitabile che prima o dopo l’occhio di bue si sposti sui giocatori chiamati, come ogni altra componente del Brescia d’altronde, alle proprie responsabilità. I conti, di qualsiasi natura, si fanno sempre alla fine.
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Che è ancora lontana visto che siamo quasi all’inizio di un nuovo campionato, quello dei play off. Per tutti, in squadra, c’è ancora tempo di riscrivere una storia che si è terribilmente complicata nello svolgimento, ma che fa ancora in tempo ad avere un lieto fine. Ed è ciò su cui è necessario focalizzarsi abbandonando immediatamente discorsi e facce da funerale.
Spendendo piuttosto le energie in un corso acceleratissimo di consapevolezza, al rialzo di una mentalità che strada facendo in questo campionato non si è mai adattata a una condizione di vertice che non era nei pronostici, ma che è diventata nei fatti che di solito contano molto di più delle griglie estive. Fatti che dicono un’altra cosa: che il Brescia nella sua incompletezza, nelle sue mancanze strutturali, nelle sue contraddizioni (non possiamo fingere che non ci siano perché essere arrivati a sabato scorso a pensare alla promozione diretta pur senza ancora aver capito - a titolo d’esempio - quali siano i ruoli di Tramoni, Léris o Jagiello è emblematico) ha comunque quel che serve per arrivare in fondo.
Abbiamo sempre sostenuto una tesi in questa stagione: che questa squadra viva molto di emotività e di simbiosi con l’allenatore, forse proprio perché squadra mediamente poco esperta e quindi con personalità ridotta. Era così con Inzaghi - con lui la squadra viveva di guizzi d’adrenalina - ed è stato così nelle prime uscite con Corini: al di là di una miglior organizzazione di gioco, si avvertiva tutta l’energia portata dall’allenatore.
Non a caso anche il diesse Marroccu parlò di palpabile, nuova, elettricità. Che nelle ultime due gare però, occorre essere onesti, non si è avvertita. E la chiave, a questo punto, non può che consistere nel riattaccare una spina che vada sui nervi (senza però farli saltare) e su un muscolo: il cuore. Di Leonessa.
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