«Il rammarico per questo pareggio ci deve dare la forza di lottare fino all’ultimo secondo: siamo un grande gruppo, dobbiamo remare tutti insieme verso un unico obiettivo». L’esortazione nel dopo-gara di Monza di Dimitri Bisoli era riecheggiata quasi come un richiamo alle armi in vista di una volatona finale, al via da lunedì con la Spal, nella quale il Brescia deve prima di tutto pensare di raccogliere i nove punti in palio per poi mettersi a incrociare i risultati altri. L’appello era - e resta - rivolto indistintamente a tutti (giocatori, tifosi, società), e poggiato saldamente su un assunto di fondo: noi ci crediamo, fino alla fine. È questo, del resto, quello che fa un vero capitano: metterci la faccia, soprattutto nei momenti topici, quelli in cui si «balla» tra il paradiso e la dannazione (sportiva). Le motivazioni. Lo sa bene anche un altro capitano - una bandiera, meglio - come Marco Zambelli.
Le qualità
Lui la fascia biancazzurra l'ha indossata a lungo, onorandola, in tante battaglie: «Perché credere nella serie A? Perché non vedo un solo motivo per non credere nella promozione diretta: lo penso da sportivo, da calciatore e anche da allenatore da una sola settimana», dice scherzando, lui che (dopo che per qualche partita proprio a Mompiano ha vestito i panni dell’«ambassador» per l’Aic) ha assunto da pochi giorni la guida della Primavera del Brescia femminile. La condizione necessaria per inseguire il secondo posto non può che essere, come si diceva, un tris di vittorie: «In questo modo si rischia di farcela: quello che conta davvero è fare l’en plein, e questa squadra ha le qualità per riuscirci».



