Un ragazzo diventato uomo

Mercoledì ho visto la seconda partita di Giovanni dalla tv mercoledì, nella pausa pranzo del lavoro. E sono contento di come abbia affrontato il numero uno al mondo, al di là del risultato, perché contro i campioni devi giocare al limite ogni punto.
Da papà, ciò che mi rimarrà di questa Olimpiade è il sorriso di mio figlio, che non ha perso nemmeno quando durante lo scambio con Shi ha rotto le corde e al volo ha cambiato la racchetta.
Io e mia moglie Cristina siamo stati al suo fianco per il primo match, un modo anche per conoscere Parigi dove non eravamo mai stati. Una città che risente molto delle Olimpiadi sotto l’aspetto di costi e viabilità, ma che regala emozioni, come quelle che si vivono a Casa Italia.
Impagabili però quelle di quando siamo entrati all’Arena Porte de la Chapelle: novemila persone, le tv, non siamo abituati a questi palcoscenici. Tremavano le gambe a me, ho visto Giovanni molto, molto agitato, eppure è stato bravissimo.
Siamo orgogliosi di lui, per come è andata ma specialmente perché lo abbiamo visto diventare uomo. Lasciare andare un figlio a 14 anni, da Chiari a Milano, non è facile. Portarlo la domenica, andare a trovarlo il mercoledì sera, farlo tornare a casa il sabato per poi ripartire il giorno dopo. Così per quattro anni. Credo che i nostri sacrifici siano stati ampiamente ripagati e adesso chissà, magari tra 4 anni a Los Angeles ci sarà una nuova esperienza. Toccherà a Giovanni decidere cosa vorrà fare della sua vita, noi da genitori saremo sempre al suo fianco.
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