Mille Miglia, sette equipaggi su dieci vengono dall’estero
Tanti hanno la telecamera installata sull’auto. Tutti il telefono in mano per scattare foto a ripetizione. «E come faccio a raccontare a casa quello che ho visto?» ci dice l’unico equipaggio danese in gara nella terza tappa, la più lunga con 520 chilometri da Roma alla Riviera Romagnola.
È una Mille Miglia che ormai ha come prima lingua l’inglese, dato che il 70 per cento dei concorrenti arriva dall’estero. Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, fino a Thailandia, Malesia ed Emirati Arabi. Doveva esserci anche una coppia israeliana, bloccata però all’ultimo a Tel Aviv a causa dell’escalation di un conflitto che si sta pericolosamente espandendo.
Collezionisti
Davanti a tutti c’è l’Olanda, con 171 concorrenti. Questione di passione per le auto storiche - è il primo Paese in Europa per importazione nonostante Amsterdam sia considerata la patria delle biciclette - ma anche per un notevole vantaggio fiscale che ha permesso negli ultimi anni un autentico boom.
In Olanda infatti i dazi di importazione per le auto del passato sono fissi a quota 5%. In Italia è al 22% al quale va aggiunto un 10%. «Ecco spiegato perché nell’arco di due anni, forti anche di sponsor importanti, gli olandesi supereranno gli italiani in gara» prevede chi con l’automobilismo da collezione ci lavora ogni giorno. In attesa del primo saudita al via, e potrebbe accadere già il prossimo anno, c’è chi ormai è una presenza costante.
«Per noi è la sesta Mille Miglia e ogni volta scopriamo un pezzo d’Italia diverso» raccontano gli olandesi Jan Van Ingen e Bastiaan van De Klok, sulla loro Fiat 520 del 1928. «Perché ci iscriviamo? Per la gente e per questo splendido Paese». Che lo spirito da turista di lusso vinca sulla competizione, lo dice la classifica generale. Nei primi cinquanta in graduatoria, gli equipaggi stranieri sono solo dieci. E se si escludono gli argentini Tonconogy, già trionfatore in passato e al momento sul podio, e Erejomovich, secondo nel disperato tentativo di agganciare un inarrivabile Vesco, gli altri otto sono tagliati fuori dai piazzamenti che contano, praticamente dalle prime curve in Castello a Brescia.
Dagli Usa
Stephen e Kim Bruno, marito e moglie americani, non hanno dubbi. «Siamo alla gara più bella del mondo. Abbiamo fatto anche quattro volte il Warm Up Usa perché negli Stati Uniti non esistono gare di regolarità per auto d’epoca e quindi per noi è un allenamento in vista di giugno».
Per loro, che ogni centro storico è buono per un selfie con l’Italia sullo sfondo, una difficoltà in più: «Leggere il roadbook perché le distanze sono in chilometri mentre noi abbiamo le miglia come unità di misura». Ma gli americani - a proposito di dazi le vetture storiche sono esenti dalle restrizioni volute da Trump - non si scoraggiano. «Ci saremo anche tra un anno». Arrivano invece dalla Svizzera Axel Marx e Andreas Inderbitzi. «È la trentesima edizione a cui partecipo» racconta il pilota. «La gara è cambiata tantissimo. Una volta però - ricorda lo svizzero - era più sportiva e meno mondana. E c’era più solidarietà tra gli equipaggi perché ci si conosceva tutti di più».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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