«Tuo figlio è andato fuori di testa! Si è messo a gridare e ballare come un indemoniato, poi è schizzato fuori di casa, ha inforcato la bici ed è partito a tutta birra. Mai visto nessuno così felice!». Più o meno queste le parole che il padrone di casa che mi ospitava ogni giorno a vedere la televisione disse a mia madre. Noi a casa non avevamo tivvù, il suo collega d’ufficio, sapendo della mia passione per i Giochi olimpici, si offrì di lasciarmi, ingombrante ospite, per tutto il pomeriggio incollato davanti al piccolo schermo. E la moglie mi dava perfino la merenda!
La vittoria olimpica di Livio Berruti sui 200 metri fu talmente esaltante per me che mi «mandò fuor del senno», come il povero Orlando di Ariosto. Correvo con la bici attorno al perimetro delle mura farnesiane di Piacenza gridando a tutti la mia felicità. E tutti pensavano che fossi davvero matto. Erano le sei e mezzo de la tarde, minuto più minuto meno, di sabato 3 settembre 1960.
La folgorazione
Ma il giovin signore piemontese - l’abatino, come lo chiamava Gioan Brera - si era insinuato nella mia vita, già nella primavera dell’anno prima, il 25 aprile 1959. Quel giorno, allo stadio della Galleana (quartiere di Piacenza) si disputarono le gare per il terzo Trofeo Calzaturificio Diana, dal nome di una azienda piacentina fra le prime che legarono i loro nomi a club di atletica, gli sponsor d’oggi, insomma. Aggrappato alla rete di recinzione, mi entusiasmai per tutte le gare, ma quella dei 100 metri fu l’apogeo: primo Livio Berruti, cui mancava circa un mese a compiere vent’anni. L’atletica era il mio sport, ne ero sicuro, non certo da velocista, mi ci voleva un Garelli Mosquito per fare i 100 metri in un tempo decente.
E allora il mio idolo era Livio. Che conobbi personalmente nel 1961-62 ai raduni collegiali organizzati dalla Federazione a Bologna nei fini settimana invernali. Il povero Livio che, in albergo sui Colli Bolognesi, doveva sopportare gli scherzi talvolta pesanti degli altri velocisti, «vil razza dannata» (Rigoletto), capeggiati da quel simpaticissimo mascalzone di Sergio Ottolina. Conoscenza da lontano e con soggezione del tipo «Buongiorno signor Berruti». Ma con il tempo, posso anche io pronunciare l’abusato «visto da vicino» di andreottiana memoria.

Il legame con Brescia
Negli anni Settanta, Livio entrò a far parte dell’Ufficio pubbliche relazioni della Fiat, dopo aver fatto positiva esperienza per circa tre anni in analoga struttura alla Zegna di Trivero. L’incarico fiatino lo portò spesso a Brescia, per i rapporti con la squadra di atletica Fiat Om che faceva parte del Gruppo. Legammo un rapporto di cordialità, spesso condiviso a tavola, amava in particolare un ristorante di pesce che teneva bottega a Botticino. Giuro: non ho mai più incontrato divoratori della voracità di Livio Berruti!
Dopo una giornata luminosa di fine maggio 1982 al nuovo campo sportivo di Paderno Franciacorta, venne una notte che sfiorò la tragedia. La struttura fortemente voluta da quello straordinario sportivo che fu Aldo Falconi, venne inaugurata il 25 maggio. Intitolazione a Sandro Calvesi, ospite d’onore Livio Berruti. Alla sera, tutti a cena da Gregorio, per anni cuoco all’Hotel Vittoria, che aveva aperto il suo ristorante, «Il Giardino», in una bella villa di Paderno. Clima conviviale, anfitrione coinvolgente il Falconi, dinamo inesauribile di ogni riunione. Lectio magistralis di Livio sui temi che amava e promuoveva in ogni occasione.

Aldo e chi pastrocchia queste note accompagnarono Livio alla sua auto. Inviti a fermarsi e riposare, rigettati ai mittenti; ringraziamenti non formali; abbracci fra persone che si volevano bene. In tarda mattinata, venni raggiunto da un collega del Giornale di Brescia, che, secco, tagliente e doloroso mi annunciò: «Berruti si è infilato sotto a un camion sulla Mi-To. È conciato molto male». Ne uscì con evidenti danni, ma ne uscì.
Statura umana
Fra meeting, campionati e altre occasioni saltuarie, il rapporto si consolidò, quando per alcuni anni ci ritrovammo nella stessa struttura, Federazione italiana di atletica, lui alla vicepresidenza, io capo ufficio stampa. Non lo apprezzarono, pareva lo tenessero come un soprammobile. Parlava di valori, di rispetto della maglia azzurra, di stretta osservanza delle regole, aborriva l’uso di sostanze illecite. Lo ascoltavano – alcuni, non tutti – con sopportazione. E se ne accorgeva, oh sì, se ne accorgeva. Una esperienza certamente deludente, portata a termine con la dignità del piemontese-sabaudo.
Tante furono le occasioni in seguito, e sarebbero tutte da raccontare. Mi fermo, che già son andato troppo in là. Però trovatemi lo spazio per alcune righe di una lettera che Livio Berruti mi ha scritto alcuni anni fa. In queste righe è racchiuso come in un sarcofago egizio il valore umano di Livio Berruti. Campione olimpico, ma non solo.
«Se hai l’umiltà di riconoscere che il successo non ti appartiene, come argutamente sostiene in un suo libro il noto filatelico Alberto Bolaffi («devi ringraziare i geni dei genitori e la fortuna di nascere e vivere in un ambiente adatto» per poter esprimere le tue potenzialità) lo sport, aprendoti molte porte, ti permette di applicare positivamente la tua grinta agonistica con successo anche nel mondo del lavoro. Se invece diventi preda di atteggiamenti narcisistici o altezzosamente presuntuosi (il super ego degli psicologi) la fine della carriera sportiva ti apre facilmente le porte dell’inferno».



