Io lo consiglio a tutti, di correre. Magari non una maratona, perché quella chiede abnegazione, testa, qualche rinuncia. Ma correre. Non avete idea di quante cose si possano pensare mentre si corre: alle gioie della vita, ai litigi della vita, a quando la squadra del cuore (non) vincerà scudetto o Champions League, a un piatto di spiedo (certe domeniche passare davanti ad oratori e ristoranti è una condanna). Soprattutto, quando si è lì, non si può non pensare che per, un amatore, è una sfida contro se stessi. Con le sue regole. Corsa e cronometro non perdonano, la maratona in tal senso è anche più cinica.

Era la mia seconda, i rituali non li cambio mai, la prassi la conosco, ma la sera prima mi si rompe la cerniera dei pantaloncini dove devo stivare i gel energetici. Primo segnale negativo, vado avanti. Salgo in metro, le porte si chiudono prima che scendano tutti, devo riprenderla in senso inverso. Secondo segnale negativo, vado avanti. Poco prima di 8.30 sono in griglia di partenza col mio obiettivo. Chi fa le gare, sa che si vive una sensazione strana: si è in gruppo, tra migliaia di persone; ma spesso ci si estranea, per ascoltare il proprio corpo e mettere in atto il piano gara.




