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Il Kenya, l’atletica, il dottor Gabriele Rosa: una storia lunga 35 anni

Francesco Venturini
L’impatto sull’atletica mondiale, ma non solo: dalla maratona all’educazione e alla socialità, il valore di un progetto raccontanto durante il Discovery
Il dottor Gabriele Rosa © www.giornaledibrescia.it
Il dottor Gabriele Rosa © www.giornaledibrescia.it
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Trentacinque anni in Kenya non bastano per spiegare fino in fondo l’impatto che il dottor Gabriele Rosa ha avuto sull’atletica mondiale. Non solo per i risultati – straordinari – ma per il cambio di mentalità che ha portato in un paese ricchissimo di talento e povero di strutture.

La sua è una storia che parte dalla maratona e arriva molto più lontano: all’educazione, alla dignità, alla possibilità di scegliere il proprio futuro. «Sono arrivato in Kenya trentacinque anni fa – spiega in una lunga intervista concessa durante il Discovery –, quando Tanui mi disse che c’era bisogno di qualcuno che allenasse. Accettai a una sola condizione: lavorare esclusivamente sulla maratona, che era la mia vera passione. All’epoca però i kenyani non volevano correre la maratona, perché erano convinti che potesse portare alla sterilità. Mi resi conto che gli atleti che riuscivano ad andare all’estero per pista e cross erano pochissimi, mentre la maratona rappresentava uno spazio enorme, una possibilità concreta per tanti. Così riunii alcuni atleti in un training camp e, dopo un anno, arrivò la prima vittoria. Oggi siamo l’unica squadra al mondo ad aver vinto 61 volte le grandi maratone internazionali».

Idee rivoluzionarie, sportive e sociali

Alla base del suo progetto c’erano idee chiare e, per certi versi, rivoluzionarie. Non solo sportive, ma sociali.

«Nel mio progetto c’erano due obiettivi chiari: avviare gli atleti alla maratona e dare spazio alle donne. In Kenya la donna aveva un ruolo fondamentale nella famiglia: si occupava dei figli, della casa, della terra. Era un valore enorme, ma non riconosciuto economicamente. L’uomo faceva affari, la donna sosteneva tutto il resto. Con il tempo, anche le donne hanno iniziato a correre e, liberandosi da quella forma di servitù familiare, hanno imposto una condizione chiara, ingaggi uguali a quelli degli uomini. Queste sono state le due motivazioni principali del mio lavoro».

Tecnica e organizzazione

L’impatto con il talento kenyano costrinse Rosa a rimettere in discussione anche le proprie certezze tecniche. «Arrivando qui capii che il mio metodo di allenamento non era sufficiente per valorizzare fino in fondo il loro talento. Mi feci aiutare dagli atleti stessi, soprattutto da Tergat. Io gli spiegavo le sensazioni che provavo nei miei carichi di lavoro, lui mi faceva capire che loro potevano sostenere carichi molto più pesanti. Mi sono adattato gradualmente».

Un altro passaggio chiave fu l’organizzazione, trasformare corridori isolati in una comunità strutturata. «Un errore che avevo notato era che si allenavano sempre da soli, nello stesso modo, sugli stessi percorsi. Per fare questo lavoro serve anche una crescita psicologica, devi sentire che stai migliorando».

Il valore umano, per Rosa, è sempre andato di pari passo con quello sportivo. È anche per questo che molti atleti, come Paul Tergat e Beatrice Chebet tra gli altri, lo riconoscono come una figura paterna.

Paul Tergat è un ex mezzofondista e maratoneta © www.giornaledibrescia.it
Paul Tergat è un ex mezzofondista e maratoneta © www.giornaledibrescia.it

«A Tergat, che non aveva avuto la possibilità di studiare, dissi subito che doveva farlo. Era un ragazzo molto intelligente, ma gli mancavano la cultura e gli strumenti per interpretare le situazioni. Mi ascoltò: ha studiato ed è arrivato a diventare due volte presidente del Comitato Olimpico keniano e membro del Comitato Olimpico Internazionale. Questo per me vale quanto una vittoria. Chebet, invece, è cresciuta nel training camp femminile di Londiani. A un certo punto però quel contesto non offriva più le condizioni giuste per farla crescere ulteriormente. Ha avuto il coraggio di fare una scelta difficile: lasciare le amiche, allontanarsi da casa, cambiare tutto. L’abbiamo convinta a intraprendere questo percorso. Senza quel passo, oggi avrebbe potuto anche non essere l’atleta che è diventata».

Non solo in Kenya

Il Metodo Rosa ha superato i confini del Kenya, diventando un riferimento anche in altri paesi africani come l’Uganda e l’Etiopia. «In Uganda gli allenamenti sono quelli del metodo Rosa utilizzati in Kenya. In Etiopia la situazione è un po’ diversa: non hanno ancora il concetto di training camp, si allenano tutti ad Addis Abeba, in foresta. Non c’è stata la diversificazione che abbiamo fatto qui».

Ma forse la soddisfazione più grande nasce lontano dai riflettori delle grandi maratone. «Il talento ce l’hanno fin da piccoli, nelle scuole allenano la cultura. Non esisteva il professore di educazione fisica, così ho iniziato a impostare dei raduni con i ragazzi del territorio. Alcuni sono diventati campioni olimpici. Hanno capito che allenandosi e studiando potevano raggiungere risultati importanti. Questo è ciò che mi ha dato più soddisfazioni. Nel Discovery inseriamo anche la corsa dei bambini perché deve essere una grande festa, vederli correre insieme ai senior ed entrare in contatto con un mondo che può trasformare la loro vita in un’avventura».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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