La psiconcologa Feriani: «Chiedere aiuto è segno di consapevolezza»
Una diagnosi oncologica cambia tutto in un attimo: il tempo, le priorità, il modo di guardare al futuro. Ma accanto alle cure e agli esami c’è un altro fronte, spesso silenzioso ma decisivo, che riguarda la paura, l’ansia, il senso di smarrimento.
È qui che entra in gioco lo psiconcologo, figura sempre più centrale nei percorsi di cura, ne ha parlato mercoledì 18 marzo a Obiettivo Salute Michela Feriani, psiconcologa dell’ospedale di Manerbio.
Dottoressa Feriani, quanto è importante oggi la presenza dello psiconcologo in oncologia?
«La presenza dello psiconcologo nei reparti oncologici è sempre più riconosciuta come fondamentale, fino a dieci anni fa non era scontato che ci fosse. La malattia oncologica, non riguarda solo l’aspetto fisico, ma coinvolge profondamente anche la dimensione psicologica, relazionale ed esistenziale della persona. Per questo il supporto psicologico non può essere considerato un elemento accessorio, ma una parte integrante della presa in carico».
In che modo una diagnosi di tumore cambia l’equilibrio emotivo di una persona?
«Ricevere una diagnosi di tumore significa confrontarsi con emozioni molto intense: paura, ansia, incertezza, a volte rabbia o senso di ingiustizia. Sono reazioni assolutamente normali, ma non sempre facili da gestire, soprattutto mentre si affrontano terapie, controlli ed eventuali cambiamenti nella vita quotidiana. In questi momenti il paziente può sentirsi disorientato e avere bisogno di uno spazio dedicato per dare un senso a quello che sta vivendo».
In concreto, come può aiutare lo psiconcologo?
«Lo psiconcologo offre innanzitutto uno spazio di ascolto protetto, in cui il paziente può esprimere liberamente ciò che prova, senza sentirsi giudicato. Spesso le persone cercano di proteggere i familiari, evitano di mostrare le proprie paure o minimizzano la sofferenza per non pesare sugli altri. Avere un luogo in cui poter parlare apertamente di questi vissuti è molto importante, inoltre, il supporto psicologico aiuta a sviluppare strumenti per affrontare l’ansia, gestire l’incertezza e sostenere il percorso di adattamento alla malattia».
Uno dei temi più delicati riguarda anche il cambiamento del corpo e dell’immagine di sé. Quanto pesa questo aspetto?
«Pesa molto, perché le terapie possono cambiare in modo evidente il modo in cui una persona si vede e si riconosce. Per una donna, per esempio, non è semplice guardarsi allo specchio e vedersi senza capelli, oppure fare i conti con una pelle più segnata, con il corpo che cambia, con cicatrici o con un’immagine di sé diversa da quella di prima. Sono cambiamenti che non riguardano solo l’aspetto estetico, ma toccano la femminilità, l’identità, il rapporto con il proprio corpo e anche il modo di stare nelle relazioni con gli altri. Lo psiconcologo aiuta la persona ad attraversare questa fatica, a dare un nome a quello che prova e a costruire, poco alla volta, un nuovo equilibrio, senza minimizzare il dolore che questi cambiamenti possono portare con sé».
C’è poi l’ansia legata alle cure e ai controlli. È uno degli aspetti che incontrate più spesso?
«Sì, assolutamente, l’attesa degli esami, i controlli periodici, la paura di una recidiva sono momenti molto delicati. Anche quando il percorso procede bene, l’incertezza può rimanere molto forte, in questi casi il supporto psicologico può fare una grande differenza, perché aiuta la persona a riconoscere ciò che prova e a dotarsi di strumenti concreti per gestire l’ansia. Tecniche di rilassamento, esercizi di respirazione e pratiche di mindfulness, per esempio, possono aiutare a ridurre l’attivazione emotiva e a vivere con maggiore equilibrio passaggi che spesso sono particolarmente pesanti sul piano psicologico».
Come si fa a gestire la quotidianità mentre si affronta una malattia oncologica?
«Non cercando a tutti i costi di essere sempre come prima, durante la malattia possono esserci momenti di forza e altri di stanchezza, e accettare questa alternanza è già un passaggio importante. Ogni persona ha una propria individualità, con bisogni, risorse e tempi diversi per affrontare il percorso. C’è chi riesce a mantenere alcune abitudini e chi ha bisogno di rallentare. Non esiste una regola uguale per tutti: il punto è trovare un equilibrio possibile tra riposo e attività, ascoltando i propri limiti senza sentirsi in colpa».
Il supporto riguarda solo il paziente o anche la famiglia?
«Riguarda anche i familiari, che spesso vivono a loro volta una grande fatica emotiva, possono sentirsi impotenti, non sapere cosa dire o come comportarsi, oppure assumersi il peso di dover essere sempre forti. Offrire uno spazio anche a loro significa aiutarli a sostenere meglio il paziente, ma anche a prendersi cura di sé. Il benessere dei familiari è parte integrante dell’equilibrio complessivo della persona malata e del sistema familiare».
Quanto conta il lavoro in équipe all’interno dei reparti oncologici?
«Conta moltissimo, lo psiconcologo lavora in collaborazione con medici, infermieri e altri professionisti sanitari, contribuendo a una presa in carico globale della persona. Questo permette di integrare la dimensione clinica con quella psicologica e di offrire cure più attente ai bisogni complessivi del paziente. L’obiettivo non è guardare solo alla malattia, ma alla persona nella sua interezza».
C’è ancora un pregiudizio nei confronti del supporto psicologico?
«A volte sì, ma è importante superarlo, chiedere un aiuto psicologico non significa essere deboli, significa riconoscere che si sta affrontando qualcosa di molto complesso e che è legittimo avere bisogno di un sostegno. Anzi, spesso è un segno di consapevolezza e di cura verso sé stessi».
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