La chirurgia pediatrica sta vivendo una trasformazione profonda grazie all’evoluzione delle tecniche mini-invasive, alla diffusione della robotica e all’integrazione sempre più spinta con l’imaging avanzato. Un cambiamento che riguarda non solo gli strumenti, ma proprio il modo di concepire l’intervento chirurgico.
A raccontarlo è il professor Giovanni Boroni, chirurgo pediatrico dell’Università degli Studi di Brescia e direttore della Chirurgia Pediatrica degli Spedali Civili di Brescia, intervenuto a Teletutto Racconta.

Professore, come è cambiato negli anni il modo di accedere al campo operatorio?
«Quello che chiamiamo transito chirurgico, cioè il percorso con cui arriviamo al sito operatorio, è profondamente cambiato nel tempo. Per anni la chirurgia è stata associata all’idea del grande taglio, quasi come se la dimensione dell’incisione fosse sinonimo di complessità o di bravura del chirurgo. Un vecchio adagio diceva infatti “grande taglio, grande chirurgo”, ma oggi questa impostazione non ha più alcun fondamento. È stata completamente superata da una filosofia opposta, quella della chirurgia mini-invasiva, che punta a ridurre al minimo il trauma sui tessuti e quindi anche sull’intero organismo del paziente».
Cosa significa concretamente chirurgia mini-invasiva?
«Significa lavorare attraverso accessi estremamente piccoli, spesso di 3-5 millimetri, attraverso i quali introduciamo telecamere ad alta definizione e strumenti miniaturizzati. Questo ci permette di entrare nelle cavità del corpo umano senza dover eseguire incisioni ampie come avveniva in passato.
È un cambiamento radicale perché non cambia soltanto la tecnica, ma cambia proprio l’esperienza chirurgica del paziente, in questo caso che subisce un trauma molto inferiore rispetto alla chirurgia tradizionale. In età pediatrica questo aspetto è ancora più importante, perché il corpo del bambino è più delicato e la capacità di recupero deve essere tutelata al massimo».

Quali vantaggi concreti porta ai piccoli pazienti?
«I vantaggi sono molteplici e tutti molto concreti nella pratica quotidiana, innanzitutto riduciamo il dolore post-operatorio, quindi il bambino ha bisogno di meno farmaci antidolorifici e affronta meglio il periodo dopo l’intervento. In secondo luogo, c’è una ripresa più rapida delle funzioni: il movimento, l’alimentazione, il ritorno alla normalità avvengono in tempi più brevi. Questo significa anche ridurre i giorni di degenza e permettere un rientro a casa più veloce, aspetto che per le famiglie ha un impatto enorme.
Inoltre, riducendo il trauma sui tessuti, diminuisce anche il rischio di infezioni chirurgiche. Infine, c’è un aspetto che spesso viene sottovalutato ma che per i pazienti è molto importante: il risultato estetico, con cicatrici molto piccole o quasi invisibili».
Quanto è diffusa oggi la chirurgia mini-invasiva in età pediatrica?
«Negli ultimi anni la diffusione è stata enorme. Oggi possiamo dire che la maggior parte delle patologie chirurgiche pediatriche, che un tempo venivano trattate esclusivamente con chirurgia a cielo aperto, possono essere affrontate con approccio mini-invasivo. Penso ad esempio all’appendicite, che rappresenta una delle urgenze più frequenti in età pediatrica, ma anche a molte patologie addominali, urologiche e in alcuni casi oncologiche selezionate. Naturalmente non tutti i casi sono uguali, ma la tendenza è quella di estendere sempre di più queste tecniche».
Che ruolo hanno oggi tecnologia e imaging nella chirurgia pediatrica?
«Un ruolo centrale, le tecnologie che utilizziamo oggi sono completamente diverse rispetto anche solo a dieci anni fa. Abbiamo telecamere ad altissima definizione, sistemi 3D che migliorano la percezione dello spazio e strumenti sempre più miniaturizzati. Ma soprattutto stiamo entrando in una fase in cui l’imaging preoperatorio diventa parte integrante della chirurgia.
Partendo da una TAC o da una risonanza magnetica siamo in grado di ricostruire modelli tridimensionali virtuali degli organi, dei vasi e delle strutture anatomiche. Questo ci permette di studiare il caso prima ancora di entrare in sala operatoria, quasi come se facessimo una simulazione dell’intervento».
Si parla sempre più spesso di integrazione tra imaging e chirurgia: cosa significa per il futuro?
«Significa che stiamo andando verso una chirurgia sempre più precisa e guidata. L’obiettivo è arrivare a sistemi in cui il modello virtuale del paziente possa essere integrato direttamente nella visione del chirurgo durante l’intervento. In altre parole, potremmo sovrapporre la realtà anatomica con la ricostruzione digitale, aumentando la precisione e riducendo il margine di errore. È un’evoluzione che non riguarda solo la tecnologia, ma anche il modo di pianificare e pensare la chirurgia».

Che ruolo ha la chirurgia robotica in questo scenario?
«La chirurgia robotica rappresenta un’ulteriore evoluzione di questo percorso. Il robot chirurgico non opera da solo, ma è uno strumento nelle mani del chirurgo che consente una precisione molto elevata nei movimenti.
Attraverso una console, simile a un joystick, il chirurgo controlla bracci robotici che eseguono l’intervento con estrema stabilità e accuratezza. In età pediatrica questo è particolarmente interessante perché si lavora su spazi molto piccoli e su tessuti delicati. Negli ultimi anni i sistemi si sono ulteriormente sviluppati, con strumenti sempre più adatti anche ai bambini».
Quanto è importante la formazione del team chirurgico?
«È fondamentale, direi imprescindibile, la tecnologia da sola non basta. Tutta l’équipe deve essere formata in modo specifico, non solo il chirurgo ma anche anestesisti, infermieri e personale di sala operatoria. Prima di utilizzare sistemi robotici o tecniche avanzate sono previsti percorsi di training obbligatori. È un passaggio essenziale perché la sicurezza del paziente dipende dalla competenza dell’intero team».

La mini-invasività ha sostituito completamente la chirurgia tradizionale?
«No, ed è un punto molto importante. Non bisogna mai farsi guidare dalla moda tecnologica, esistono situazioni in cui la chirurgia tradizionale a cielo aperto resta ancora la scelta più sicura ed efficace. Ogni paziente è diverso e ogni patologia ha le sue caratteristiche. L’obiettivo del chirurgo non è utilizzare la tecnica più moderna in assoluto, ma quella più adatta a garantire il miglior risultato clinico possibile. La tecnologia deve essere uno strumento, non un obbligo».
Qual è la direzione futura della chirurgia pediatrica?
«La direzione è chiara: sempre meno invasività, sempre maggiore precisione e sempre più personalizzazione delle cure. L’intelligenza artificiale, insieme all’integrazione tra imaging e chirurgia, avrà un ruolo crescente.
Immagino un futuro in cui potremo pianificare ogni intervento in modo estremamente dettagliato e assistere a un’integrazione sempre più stretta tra mondo reale e modello digitale. Ma tutto questo dovrà sempre essere guidato dalla valutazione clinica e dall’esperienza del chirurgo».



