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Coronavirus, quello che i numeri non dicono


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21 mar 2020, 21:56
Personale sanitario del Civile impegnato nel contrasto del coronavirus - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it

Personale sanitario del Civile impegnato nel contrasto del coronavirus - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it

In questi giorni siamo tutti ipnotizzati dai numeri. Quelli dei bilanci aggiornati quotidianamente, a vari livelli, dalle Ats, dalle Regioni - Lombardia in testa - e dalla Protezione civile nazionale. Numeri preziosi, ben inteso, per avere una bussola con cui seguire lo spostamento continuo del fronte di questa guerra alimentata da un nemico impalpabile. Un avversario subdolo, del quale si colgono gli effetti quando in realtà è già passato oltre.

Eppure quel termometro a cui affidiamo tante delle nostre speranze non misura che una porzione molto limitata del fenomeno. A dircelo anzitutto sono alcune concrete evidenze. Le cronache di questi giorni traboccano di croci. I morti riportati anche in questi ultimi giorni nelle necrologie del nostro quotidiano – ben otto le pagine sull’edizione odierna – per quantità e concentrazione non hanno sostanzialmente precedenti.

Alcune delle storie delle persone scomparse raccontate - ultima in ordine di tempo la 48enne cassiera dell’IperSimply chiuso precauzionalmente in città – non sono corredate dall’ufficialità di una diagnosi di covid-19, perché un tampone non è mai stato eseguito, quantomeno prima del decesso. Il numero di morti fuori scala segnalati da alcuni sindaci allarmati per i dati «sballati» registrati dalle anagrafi rispetto al periodo, o casi eclatanti come quello della casa di riposo di Quinzano (20 decessi su 80 ospiti con pochissimi tamponi eseguiti) dimostrano che la portata del virus è ampiamente sottostimata. Non perché qualcuno voglia minimizzarla, ma perché la diagnosi è riservata ad una percentuale di casi estremamente limitata.

C’è chi ha provato a rendere apprezzabile l’entità di questa sottostima. Gli epidemiologi di alcune realtà accademiche di primo piano (Imperial College di Londra, Columbia University di New York, UC Davis e Università di Hong Kong), che in base ad uno studio pubblicato sulla rivista Science quantificano i soggetti positivi asintomatici o con sintomi estremamente lievi in rapporto di 5 o persino 10 ogni paziente covid «ufficialmente» positivo.

La ricostruzione della casistica cinese li ha spinti a parlare di un 86% di soggetti privi di sintomi. Questo significherebbe che in Lombardia - stando ai dati odierni - vi sarebbero in circolazione ben più dei 25mila contagiati «fotografati» dalla sanità di Regione Lombardia. Si parlerebbe di un numero che oscilla tra i 125mila e i 250mila.

Una folla di asintomatici o quasi asintomatici, mai sottoposti a tampone (per tutte le ragioni del caso, non entriamo nel merito) che rappresenta un formidabile serbatoio di contagio. I virologi spiegano che gli asintomatici hanno una capacità di trasmissione del virus di fatto dimezzato rispetto ai soggetti con manifestazioni più marcate della malattia, ma il loro potenziale sta nell’effetto massa: non sono allettati o isolati, ma al contrario (e in totale buona fede e inconsapevolezza), in grado di uscire di casa – anche solo per far le spese o recarsi al lavoro. Circostanza che li mette anche oggi a contatto con un gran numero di altre persone. Figurarsi prima che le misure via via più stringenti fossero introdotte da principio in Lombardia e poi nel resto del Paese. Un quadro che spiegherebbe anche la rapida propagazione del virus e le impennate che si susseguono giorno dopo giorno, persino quando le ipotesi più ottimistiche lasciavano intravedere contrazioni imminenti del fenomeno. Per dirla ancora con gli scienziati, almeno in Cina gli asintomatici sarebbero responsabili di circa il 79% dei contagi.

Insomma, ci sono cose che i numeri al momento collezionabili non dicono e non possono dire. Ma non tutte sono negative. È diretta conseguenza di quanto sin qui tratteggiato che per le nostre strade circolano anche soggetti guariti, o che hanno comunque superato il coronavirus derivandone degli anticorpi, in numero molto maggiore a quello accertato dalle autorità sanitarie sulla scorta di protocolli che procedono per la via dell’oggettività (e guai se fosse diversamente). Il numero di questi è ancora di più difficile quantificazione. Al punto che è ottimistico anche farli pesare sul piatto della bilancia che pende per lo sviluppo di un’immunità di gregge sufficiente a farci tirare un sospiro di sollievo.

 

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