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Appunti sparsi e una domanda seria: il robot uccide il lavoro?


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Impresa 4.0
9 dic 2017, 06:00
In fabbrica.  Un cobot (un robot collaborativo) lavora fianco a fianco in una postazione di assemblaggio

In fabbrica. Un cobot (un robot collaborativo) lavora fianco a fianco in una postazione di assemblaggio

Alla fine vinse Hal. E l’uomo trasse un respiro di sollievo. Styanley Kubrick è molto citato di questi tempi. È l’era dei robot e delle intelligenze artificiali. Lassù nello Spazio andò come sappiamo e con ciò si ristabilì, in qualche modo, la arcinota prima legge della robotica del super scrittore di fantascienza, anch’egli pluricitato, Isaac Asimov secondo il quale «Un robot non può recar danno ad un essere umano nè può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno». Così scriveva Asimov. E messa così (e se così fosse sempre) la cosa ci farebbe tirare a tutti un nuovo sospiro di sollievo. Ma è così, sarà sempre così? Mah.

Il dubbio e l’opportunità di una qualche riflessione arriva sull’onda di quella che chiamiamo Industria 4.0, tentando di far un po’ chiarezza su una cosa che ha più di una faccia: la robotica, gli androidi, l’intelligenza artificiale, la sensoristica, i Big Data e altro. Cose diverse fra di loro ma accomunate da una unica finalità: trovare il modo di assegnare alle macchine - pardon: ai robot - funzioni sin qui ad oggi proprie dell’uomo. La cosa sorprendente, inquietante o meravigliosa, è che sono qui, è che sono arrivati. E non sono per nulla alieni. Sono roba nostra, fatta da uomini. Il cagnolino Aibo non c’entra.

Naturalmente il tema si presterebbe ad essere visto, analizzato, commentato eccetera, dai diversi punti di vista. Una ricercatrice americana dell’Mit, Sherry Turkle, ad esempio, ha fatto una ricerca su quali siano i rapporti fra gli umani e i cosiddetti robot sociali, macchine da compagnia com’è Aibo, il cane-robot della Sony, oppure con i robot umanoidi che si stanno diffondendo per far compagnia, agli anziani in primis. Il risultato della ricerca è che a queste macchine, l’uomo assegna un livello di empatia come se Aibo fosse un cane vero: mi ascolta, reagisce, mi fa le feste, dicono.

Ecco, non è di questi robot il tema del giorno. Ma di quegli altri, quelli che assorbono lavoro umano, che tagliano posti di lavoro nelle fabbriche e negli uffici, che alleviano certo le fatiche ma, contemporaneamente, tolgono per l’appunto posti di lavoro. L’obiezione prima a quanto appena detto è: d’accordo, tolgono posti di lavoro ma intanto chi produce robot lavora di più. Ora, senza addentrarci troppo nel tema resta una domanda: il saldo, ecco il punto - il saldo - come sarà? Fra quelli che si perdono e quelli che si guadagnano com’è il saldo? Che si perdano è fuori discussione, il problema è chi perde, dove si perdono posti di lavoro. Dire che Germania e Corea del Sud sono i Paesi ha più alta robotizzazione (ma anche fra quelli a più bassa disoccupazione) dice solo una parte di verità: loro automatizzano ed esportano automazione, ma da qualche parte qualcosa si perderà

Mc Kinsey dixit. Partiamo da un dato che spesso ritorna e che è frutto di una ricerca della Mc-Kinsey, fra le maggiori società di consulenza mondiali, che ha esaminato 2 mila funzioni di 820 mestieri e professioni arrivando ad un risultato sorprendente: il 49% delle attività umane è soggetto a qualche forma di automazione: «Per il 60% di tutti i lavori è automatizzabile almeno il 30% delle funzioni». I lavori totalmente automatizzabili sarebbero, sempre secondo la Mc Kinsey, il 5% del totale (citati i raccoglitori agricoli e i cucitori); i mestieri per niente automatizzabili sarebbero inferiori al 5% (citati gli psichiatri e, curioso, i deputati). In pratica: in tutto il mondo sarebbero automatizzabili (in tutto o in parte) 1,2 miliardi di posti di lavoro (di cui 700 milioni in Cina e India). Nei Paesi europei esaminati (Francia, Spagna,Germania, Italia e Gran Bretagna) i posti in tutto o in parte automatizzabili sarebbero 54 milioni.

 

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