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«L’Europa indica una terza via per l’intelligenza artificiale»

La giurista Anu Bradford: nella sfida globale con Usa e Cina, l’Ue punta sui diritti per normare la tecnologia
Intelligenza artificiale - © www.giornaledibrescia.it
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L’Europa è entrata nella storia perché per prima ha posto le basi per dotarsi di un apparato normativo che regola lo sviluppo e l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale.

L’intesa tra le istituzioni europee poggia su di un delicato equilibrio tra tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e sostegno all’innovazione. La finlandese Anu Bradford docente di legge e organizzazione internazionale alla Columbia university ha appena pubblicato «Digital empires» (Oxford University Press) e il suo ultimo lavoro esplora la competizione globale tra le tre potenze digitali dominanti – Usa, Cina e Ue – per regolamentare le aziende tecnologiche, proponendo visioni concorrenti per l’economia digitale.

Il tema dell’intelligenza artificiale è al centro del dibattito globale.

Ho scritto il nuovo libro dopo aver terminato il lavoro precedente, «Effetto Bruxelles. Come l’Unione Europea regola il mondo», perché ho avuto l’impressione che nell’Ue e sempre di più in tutto il mondo si avverta il bisogno di regolamentare la tecnologia. Volevo esaminare il potere regolatorio dell’Europa nel contesto della tecnologia e vedere quale sarà il ruolo dell’Ue in un mondo tecnologicamente sempre più teso dal punto di vista geopolitico, dove stiamo assistendo a una crescente guerra commerciale e tecnologica tra le due superpotenze tecnologiche, Usa e Cina.

Ho voluto offrire una visione del ruolo dell’UE nel mondo, ma anche aiutare tutti a capire in che modo dovremmo pensare alla regolamentazione digitale. Anche se c’è un consenso globale sul fatto che l’economia digitale debba essere regolamentata, non c’è un consenso globale su come dovrebbero essere queste regole.

Quali sono le differenze nella regolamentazione dell’IA tra Europa, Cina e Stati Uniti?

Questo è un argomento chiave del libro. Sostengo che ci siano effettivamente tre principali modi di pensare alla governance dell’economia digitale. C’è l’approccio americano basato sul mercato, c’è l’approccio cinese basato sullo Stato e c’è l’approccio europeo, basato sui diritti. Il modello regolatorio degli Stati Uniti privilegia realmente il libero mercato, l’Internet libero e incentivi all’innovazione. Si tratta di una visione tecno-ottimista e tecno-libertaria del mondo in cui il governo svolge solo un ruolo minimo, e la governance della tecnologia è spesso affidata alle stesse aziende tecnologiche.

Il modello cinese basato sullo Stato è fondato sull’idea che il governo cinese sia impegnato a fare della Cina una superpotenza tecnologica ed è anche disposto a sfruttare risorse statali per raggiungere questo obiettivo. La Cina sta anche utilizzando la tecnologia come strumento di sorveglianza, censura e propaganda per consolidare il potere politico del Partito Comunista e garantire la stabilità sociale nella nazione. Gli europei vengono presentati come costretti a scegliere tra gli Stati Uniti e la Cina. Non è così: il modello regolatorio cinese per gli europei è troppo oppressivo; mentre il modello americano è troppo permissivo.

Anu Bradford
Anu Bradford

Quindi?

Gli europei hanno una terza via, un modello fondato sui diritti. Si basa su un’idea di trasformazione digitale centrata sull’essere umano, in cui la protezione dei diritti fondamentali degli individui, la preservazione delle strutture democratiche della società e l’impegno per una distribuzione più equa dei benefici dalla trasformazione digitale occupano il centro della scena. Gli europei sono disposti a ridistribuire il potere dalle grandi piattaforme alle piccole aziende, agli utenti della tecnologia e al pubblico in generale.

Definisco queste tre giurisdizioni principali come «imperi» perché nessuno di questi tre modelli regolatori è confinato ai confini della singola entità politica. Piuttosto, ognuno di essi sta esportando i propri modelli regolatori all’estero. Vediamo gli Usa esportare il potere privato delle proprie aziende tecnologiche, la Cina sta esportando la propria potenza infrastrutturale, costruendo reti 5G, data center e sistemi di sorveglianza. Gli europei esportano principalmente il proprio potere regolatorio attraverso un fenomeno che ho definito «Effetto di Bruxelles».

Quali saranno gli effetti di questi differenti approcci?

Credo che l’impero digitale americano stia declinando. Il mondo è sempre più insoddisfatto del modo in cui le grandi aziende tecnologiche hanno utilizzato il vasto potere che hanno accumulato e si sta allontanando dal modello basato sul mercato perché queste aziende sono considerate fallimentari per come hanno compromesso la protezione della nostra privacy e non ci hanno difeso dalle fake news e dagli discorsi d’odio online.

Vi sono crescenti timori sui rischi legati all’IA se non impostiamo dei limiti su come queste tecnologie vengono sviluppate e utilizzate. Vi sono sempre più riserve sul modello basato sul mercato, mentre i modelli europeo e cinese stanno effettivamente guadagnando credibilità.

Cosa succederà?

Prevedo che la maggioranza schiacciante delle democrazie seguiranno il modello europeo. Paesi come il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Corea del Sud, il Giappone stanno sempre più orientandosi verso l’agenda regolatoria europea.

Certo il modello europeo non sta andando molto bene nel mondo autoritario e con tendenze autoritarie, dove sono le aziende cinesi a guadagnare influenza. Questo perché fornisce loro il controllo politico e allo stesso tempo, guardano alla Cina come un esempio impressionante di crescita economica e innovazione tecnologica. Un possibile risultato di questa situazione è il mondo diviso tra tecnodemocrazie e tecnoautocrazie, il che ci potrebbe portare ad una grande battaglia per la tecnologia.

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