Per capire dove si è arrivati basta notare la nuova iconografia urbana fatta di auto di grossa cilindrata che si alternano a minicar 50, simbolo moderno dell’età evolutiva. Nella città della Mille Miglia – che una volta all’anno si sente ancora circuito, dove l’auto è status symbol più che altrove, che vive di culti spirituali ma anche materiali – ogni altro mezzo resta travolto dal motore a scoppio (e da qualche tempo da quello elettrico, in parte).
Al di qua delle mura venete sul tappeto del centro storico si vede qualche granulo di resistenza, ma è al di là che si palesa il mondo reale. È qui che l’asfalto si fa passerella, che la corsia diventa tappeto rosso. Qui non si indossa un abito, ma carrozzeria e pistoni.
L’immaginario collettivo
Non è solo questione di zone 30, di ztl, di piste ciclabili e di aree verdi, che pure a Brescia superano numeri e dimensioni delle altre città italiane: a Brescia ci sono un immaginario collettivo, un approccio alla vita, una cultura e una scuola di pensiero che in qualche modo mettono al centro le quattro ruote.

Qui l’auto è come la casa, talvolta più della casa. È sicurezza, calore, è la scatola confortevole nella quale si consumano chiacchierate, resoconti e litigi, ma è anche una camera amplificata delle tensioni funzionale al mondo fuori. Quello rapido, precario, frenetico.
Perché è la società post-moderna che noi stessi abbiamo voluto ad imporci ora spostamenti sempre più convulsi. Le nostre città non sono più a misura d’uomo perché tempi e spazi non lo permettono. È la macchina a dominare, nelle strade quanto nelle nostre vite. E insieme all’ufficio, al supermarket, al delivery, all’e-commerce, al «tutto-e-subito» è l’icona della contemporaneità.
Anzi, è il mezzo stesso che giustifica il fine. Fa parte di noi e neppure il secondo ventennio del Duemila ha cambiato le cose. Anzi. Poco importa se l’auto toglie spazio, l’importante è che riduca il tempo. Poco importa che si risparmi ben pochi minuti, conta la comodità. Poco importa che forse neppure è così comoda.





