Verdi concreti e vincenti: tra Monaco e la Francia modelli da studiare

Monica Frassoni
Dominik Krause ha conquistato la capitale della Baviera. Alle Comunali francesi hanno vinto coalizione pragmatiche
Emmanuel Grégoire e Dominik Krause - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Emmanuel Grégoire e Dominik Krause - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La settimana scorsa l’Europa ha votato in due contesti molto diversi – le elezioni municipali in Francia e quella per il sindaco di Monaco di Baviera – con risultati che meritano attenzione, anche da questa parte delle Alpi.

Fronte tedesco

A Monaco il candidato verde Dominik Krause ha battuto il sindaco socialdemocratico uscente con il 56,4%, mettendo fine a quarantadue anni di dominio ininterrotto della SPD. Come ci è riuscito? Parlando prima di tutto di casa, in senso letterale. Negli ultimi quindici anni gli affitti a Monaco sono aumentati del 50%. Krause ne ha fatto il cuore della campagna, con proposte concrete: 50.000 nuovi alloggi accessibili, 10.000 dei quali ricavati dalla riconversione di uffici sfitti, una task force antiusura nell’ufficio del sindaco, un sistema digitale di monitoraggio degli affitti speculativi.

Ma queste misure immediate erano inserite in un quadro coerente di lungo periodo: mobilità ciclabile, trasporto pubblico, neutralità climatica al 2035. Non slogan: azioni misurabili, con scadenze reali, tutte legate alla vita quotidiana. Ha girato Monaco quartiere per quartiere, incontrato le comunità immigrate, fatto video persino in italiano per la grande comunità italiana residente. L’organizzazione conta, e la presenza capillare sul territorio ancora di più.

La morale è semplice ma tutt’altro che scontata: i Verdi possono vincere anche in tempi di ecoscetticismo crescente, quando propongono risposte concrete ai problemi quotidiani e quando la loro organizzazione è solida e la lettura del territorio precisa. Perdono quando vengono percepiti come portatori di divieti astratti imposti dall’alto.

Nell’esagono

In Francia il quadro è più articolato. L’onda ecologista del 2020 è parzialmente rientrata: persi Bordeaux, Strasburgo, Besancon; tenuti Lione, Grenoble, Tours. Le ragioni delle sconfitte convergono su un punto: la gestione delle alleanze. A Bordeaux si è perso per 96 voti, avendo rifiutato di allearsi con la sinistra radicale il cui 9,4% sarebbe stato decisivo. A Strasburgo l’alleanza con LFI ha invece spinto via l’elettorato di centro, che ha scelto la candidata socialista.

Dove si è vinto – Lione, Marsiglia, Parigi – la logica è stata sempre coalizioni ampie e pragmatiche, con accordi tecnici discreti tra i turni, senza abbracci pubblici con chi avrebbe mobilitato il fronte avverso. A Parigi il nuovo sindaco socialista, erede di dodici anni di politiche di Anne Hidalgo – piste ciclabili raddoppiate, emissioni del traffico calate del 34% – ha vinto dimostrando che dove le politiche ambientali producono risultati visibili, piacciono agli elettori.

Nel nostro Paese

L’Italia non ha elezioni municipali imminenti nelle grandi città, ma il messaggio vale lo stesso. L’ecologia funziona politicamente quando è ancorata alla vita concreta – affitti, bollette, qualità dell’aria, trasporti – e quando le misure immediate sono coerenti con obiettivi climatici di medio e lungo termine, non appiccicate come ornamento. Servono coalizioni ampie, ma costruite su punti fermi e gestite con intelligenza tattica.

E serve, soprattutto, la presenza fisica sul territorio: in un momento in cui molti cittadini non si fidano della politica ma hanno voglia di partecipare – come dimostra il recente referendum sulla magistratura – la prossimità organizzativa è una risorsa politica di prima grandezza in chiave elettorale. Con buona pace dei social e dell’intelligenza artificiale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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