Dall’aeroporto all’acqua, le opere ancora in stallo nel Bresciano

Gli elenchi sono chilometrici e, in alcuni casi (non sporadici), «trascinano» nella pagina del nuovo anno amministrativo bresciano vecchi propositi ingombranti: un po’ perché si tratta di operazioni mastodontiche (economicamente parlando), un po’ perché fanno parte ormai da parecchio tempo della categoria delle «opere incompiute» (alias: i tormentoni intramontabili nelle diatribe politiche).
Settembre rimette in moto a pieno regime anche le agende territoriali bresciane, tra sfide non più rinviabili (come quelle legate ai tempi imposti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza), grattacapi politici (come la gestione dell’acqua o il futuro dell’aeroporto di Montichiari) e tecnici (in ballo c’è la caccia ai fondi per la seconda linea del tram di Brescia, per fare solo un esempio) e verdetti da decretare (la Cittadella dell’Innovazione compierà la sua metamorfosi concreta?).
In altre parole: bene il confronto, bene l’approfondimento, ma su alcune partite serve anche iniziare a intravedere «la luce in fondo al tunnel». In tre parole: servono risposte chiare.
A tutti i livelli e passando per tutte le costellazioni politiche, lo stallo perpetuo (e, in alcuni casi, l’indecisionismo o il situazionismo, a seconda dei momenti storici) ha chiuso in una scatola una serie di opere e di scelte rimaste, di fatto, congelate. Ce n’è per tutti i gusti: il destino dell’aeroporto di Montichiari è ciclicamente al centro di mozioni, ordini del giorno, riunioni. Ma tirata la riga, resta un binario morto.
La questione del trasporto pubblico su scala provinciale è un grande must che riempie le conversazioni (politiche e negli uffici), ormai come una tradizione, ogni settembre, sul principio dell’anno scolastico. Ma un piano strutturale e strutturato sul lungo termine, messo a punto dopo un lavoro tra enti e con calcolatrice alla mano, ancora non esiste. Per non parlare del dossier acqua: sono passati tredici anni dal referendum che ha consegnato il «sì popolare» a una gestione non privatistica del servizio idrico e, come piace dire ad alcuni esponenti dei comitati, «siamo ancora a caro amico» (qualche dato per ricordare: nella nostra provincia a scegliere la gestione pubblica sono stati 458.940 elettori, sancendo così il volere del 93,95% della platea votante, a fronte di un’affluenza del 54,54%).
A vecchie questioni, se ne aggiungono via via di nuove. C’è l’emergenza casa o, se si preferisce, la necessità di politiche non parcellizzate ma condivise per non trasformare un diritto in un lusso. C’è l’urgenza di agire in modo meno filosofico e più concreto per contrastare la crisi climatica, tradotto: con azioni, misure, investimenti e non solo protocolli d’intesa o relazioni (che fine hanno fatto, ad esempio, tutti quei propositi sulla creazione dei bacini di accumulo? Non si sa). C’è la necessità di essere più attenti alla salute e ai servizi (l’aria malata fa ammalare chi la respira, i medici di base sono necessari, come le Case di riposo e gli asili), di essere competitivi sul fronte dell’innovazione.
L’elenco è lungo, l’antifona (su alcuni filoni) antica. E a poter fornire risposte è solo la politica. Un cosmo che, dopo anni, è finalmente in movimento: in questo senso le alleanze inedite, da un lato, e il ricambio (generazionale ma anche di nuovi volti nelle classi dirigenti territoriali), dall’altro, offrono un’opportunità: un possibile sguardo diverso, un’accelerata, la voglia di accollarsi il rischio di scegliere. Nella consapevolezza che, a un certo punto, è meglio prendere decisioni imperfette che essere alla ricerca continua di decisioni perfette che, forse, non si troveranno mai.
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