Guerra in Iran, Parsi: «Con Trump il quadro è disastroso»

Il docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica: «Per l’Europa è il tempo delle scelte»
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USA attacca l'Iran, come cambiano gli scenari mondiali
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Un quadro disastroso. Questa è la disamina impietosa, all’indomani dell’intervento americano contro i siti nucleari iraniani di Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica. Il politologo oggi sarà a Brescia con l’analista Andrew Spannaus. Entrambi parteciperanno all’evento dal titolo «Rinascita o naufragio? La sfida economica nel disordine globale» organizzato da Confartigianato Brescia in occasione dell’Assemblea Generale in programma dalle 17 nell’Auditorium della sede centrale di via Orzinuovi 28 in città.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, nella situation room - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, nella situation room - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Professor Parsi, in queste ore assistiamo all’attacco americano all’Iran. Come valuta l’azione del presidente Trump?

«Non riesce a concludere nessun conflitto, nonostante quanto promesso in campagna elettorale. Parla di fantomatici successi diplomatici nel conflitto tra Congo e Ruanda. Con questo attacco all’Iran dimostra di voler assecondare tutti quelli che le guerre le hanno iniziate. Trump segue Netanyahu, cercando di salire sul carro del presunto vincitore. Non conosciamo ancora l’esito di questo attacco, anche perché Usa, Israele e Iran usano sistematicamente la menzogna. Se gli iraniani agiranno in modo razionale, dovranno accelerare lo sviluppo del nucleare militare, per evitare nuovi attacchi, cercando al contempo di non reagire direttamente contro gli Stati Uniti, per non offrire pretesti. Nel frattempo, registriamo che la capacità di manovra di Israele è diminuita e che avrà bisogno dell’aiuto americano. Complessivamente, siamo di fronte a un quadro disastroso».

La posizione dell’Europa è complicata. L’azione americana sembra aver sabotato la diplomazia europea che puntava a negoziare con l’Iran.

«L’Europa deve decidere in che direzione intende muoversi. Viviamo in un mondo complicato: c’è la minaccia esistenziale rappresentata dalla Russia, l’America è inaffidabile e, insieme a Israele e alla stessa Russia, mina le istituzioni internazionali. L’Europa deve rafforzare la propria sicurezza e difendere i principi democratici fondamentali. Stare al fianco dell’Ucraina e avere il coraggio di criticare Israele è anche un modo per smontare le piazze confuse che fanno di tutta l’erba un fascio. Devo dire che anche l’uscita del segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, è stata fuori luogo. Certo, tutti siamo contro la guerra, ma dobbiamo anche difendere chi è stato attaccato. La sua posizione ha mostrato una certa debolezza etica».

Come vede la posizione dell’Italia in questo frangente così delicato?

«L’Italia si arrabatta. C’è un problema serio di politica interna, ma anche la scelta di Meloni di porsi come ponte verso gli Usa è problematica: gli americani sono troppo errabondi. Al di là del rapporto con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e delle pacche sulle spalle ricevute per il piano Mattei, l’ideologia di Fratelli d’Italia è contraria al percorso federativo europeo. Inoltre, il quadro di riferimento e le posizioni degli alleati di maggioranza rendono complicata l’azione del governo. Ma anche le opposizioni non sembrano avere un atteggiamento chiaro: Conte è un leader populista, mentre la segretaria del Pd, Elly Schlein, si comporta come una sorta di Trump che segue il suo Netanyahu. Cerca di seguire Conte senza darne troppo l’impressione. Insomma, uno spettacolo penoso».

All’ultimo G7 canadese, il problema del nostro governo è stato quello di far inserire nel documento finale un riferimento al contrasto alle migrazioni illegali.

«Mi vengono in mente quei ristoranti tradizionali che, per dire che hanno anche piatti vegani, mettono come contorno un’insalata mista. È indubbio che nell’opinione pubblica italiana esista un malessere sul tema dei migranti. Ma la risposta del governo è stata inconsistente: basti pensare a quella sorta di Club Med costruito in Albania, dove i costi per accogliere i migranti sono superiori a quelli che si spenderebbero mandandoli davvero in un Club Méditerranée. Registro inoltre che il controllo interno è nullo e ogni volta che accade qualcosa che coinvolge i migranti, il governo si limita a grandi chiacchiere, senza affrontare davvero il tema. A parte criminalizzare gli operai che occupano le strade e gli studenti che fanno i sit-in, in tre anni il governo non ha fatto nulla. Chiacchiere e distintivo, appunto».

Intanto, la guerra in Ucraina prosegue. Come si può arrivare alla pace?

«La Russia non smette di fare la guerra. La pace arriverà solo quando Mosca non avrà più la capacità di combattere. Non possiamo chiedere agli ucraini di arrendersi o di cedere alle minacce. Sarebbe come ripetere Monaco ’38 o Danzica ’39; lo pensano i tedeschi e tutti i Paesi baltici. Sono convinto che la Russia possa essere fermata solo alzando il costo della guerra per Mosca, attraverso un sostegno militare incondizionato a Kiev. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Economia russo, oggi Mosca spende 200 miliardi di dollari, pari al 40% del bilancio federale. Se da un lato è fondamentale continuare a sostenere l’Ucraina, dall’altro bisogna combattere la disinformazione nel nostro Paese e l’ignavia dell’opinione pubblica. Gli italiani fanno fatica ad assumersi responsabilità sul tema dell’evasione fiscale. È quindi difficile immaginare che ci sia un vero sostegno a un altro Paese aggredito. Qui in Italia, al massimo, facciamo una gita a Roma o una bella marcia per testimoniare il nostro sostegno alla pace. Ma continuare a testimoniare la verità va fatto, a prescindere».

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