Ferrara: «La diplomazia è tradita. Non si può negoziare con la pistola»

Domani alle 11 la sede dell’Università Cattolica di via Trieste in città ospiterà la lectio magistralis di Pasquale Ferrara: ambasciatore, già direttore politico al ministero degli Esteri e docente di Diplomazia e negoziato alla Luiss. L’abbiamo intervistato.
Ambasciatore, lei terrà una lezione intitolata «La fine della diplomazia». Partirei da qui: siamo davvero di fronte al crollo di un vecchio ordine mondiale?
Quello che sta venendo meno non è tanto l’infrastruttura delle relazioni internazionali, quanto la volontà politica di far funzionare le istituzioni e di rispettare le regole del gioco, cioè il diritto internazionale. Non sono tra coloro che celebrano il «de profundis» del multilateralismo. Il mondo è sempre stato, in qualche misura, anarchico: non è mai esistita un’autorità ultima in grado di far rispettare la legge come avviene negli ordinamenti nazionali. Ma questo non significa che non esistano norme. Le regole ci sono e quando vengono violate si tratta sempre di una scelta deliberata. È importante denunciarlo: il fatto che avvengano molti omicidi non significa che il diritto penale non esista più. Negli ultimi anni si è però inserito un elemento nuovo. Gli Stati Uniti, che per lungo tempo sono stati considerati la «nazione indispensabile» per la manutenzione dell’equilibrio internazionale, oggi appaiono sempre più come una potenza estrattiva, interessata a guadagni relativi più che a benefici condivisi. Questo costringe gli altri attori globali a rivedere le proprie strategie, ma non significa che si debba abbandonare la cooperazione internazionale o rinunciare al multilateralismo.
In questo scenario quale ruolo può avere l’Italia?
L’Italia può aspirare a essere una media potenza solo attraverso la condivisione della sovranità a livello europeo. Anche Paesi come Francia e Germania sono relativamente deboli se confrontati con i grandi «Stati-civiltà» come Stati Uniti, Cina o Russia. Le capacità possono essere moltiplicate solo mettendo in comune le risorse. Il multilateralismo, per l’Italia, non è un lusso ma una necessità: è iscritto anche nell’articolo 11 della Costituzione. Solo attraverso regole condivise e organismi internazionali possiamo essere protetti, soprattutto perché non disponiamo della forza militare o economica delle grandi potenze. Rinunciare a questa dimensione significherebbe rischiare di scivolare in un ruolo marginale nelle relazioni internazionali.
Si è discusso molto anche del ruolo dell’Europa. L’Unione deve cambiare passo?
Non si può più parlare di Europa in modo astratto. Le dinamiche europee dipendono sempre più dagli orientamenti politici interni dei singoli Paesi. Questo rende più complesso il processo decisionale e alimenta il dibattito su possibili riforme, come il passaggio dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Il diritto di veto, in molti casi, rischia di trasformarsi in una ricetta per la paralisi, come dimostrano le difficoltà nel prendere decisioni su questioni cruciali. È quindi necessario riflettere su come rendere l’Europa più efficace e capace di agire.
Torniamo al titolo della sua lezione: cosa significa davvero parlare di «fine della diplomazia»?
La diplomazia è la possibilità di risolvere le controversie attraverso il dialogo e la negoziazione. Oggi molti si chiedono se abbia ancora senso in un mondo in cui si ricorre rapidamente alla forza militare. Io sostengo che non sia la diplomazia ad aver fallito: è la diplomazia a essere tradita. Sempre più spesso i negoziati vengono interrotti unilateralmente o sabotati proprio mentre sono in corso. Questo rende difficile costruire convergenze. È come negoziare con la pistola sul tavolo: qualcuno parla di «diplomazia coercitiva», ma per me è un ossimoro. O c’è la diplomazia o c’è la violenza. La diplomazia può predisporre anche accordi molto solidi, ma se prevale la logica della forza il negoziato viene svuotato. È un problema politico molto grave.
In un contesto così instabile, che ruolo ha oggi un ambasciatore?
È un tema antico, che risale già all’epoca in cui nacquero le ambasciate permanenti. L’ambasciatore deve rappresentare il proprio governo, ma ha anche una funzione più ampia: lavorare alla composizione amichevole delle controversie. Oggi il suo ruolo resta fondamentale anche per un’altra ragione: il reporting. In un mondo dominato dall’eccesso di informazioni, serve qualcuno sul campo che sappia individuare ciò che è davvero rilevante. Il diplomatico dovrebbe essere, per così dire, un «estremista del dialogo»: cercare di prevenire i conflitti, favorire la de-escalation e contribuire alla ricomposizione delle crisi. Prima o poi, infatti, anche dopo una guerra si torna sempre al tavolo delle trattative. La diplomazia dovrebbe riuscire a farlo accadere prima che i conflitti esplodano.
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