Castagna: «La Dottrina Monroe nasconde la crisi della Comunità atlantica»

Con la cattura di Nicolás Maduro è tornata sulla bocca di (quasi) tutti la Dottrina Monroe. Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump l’aveva invocata, parlando appunto del Venezuela. Per farla davvero breve potremmo dire che il messaggio lanciato da James Monroe (quinto presidente Usa) il 2 dicembre del 1823 afferma la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Ecco perché il tycoon vi ha fatto riferimento ed ecco perché è tornata a essere un elemento d’attualità.
Ne abbiamo parlato con Luca Castagna, professore associato di Storia contemporanea all’Università di Salerno, che ha scritto «L’America nel mondo. Duecento anni di Dottrina Monroe» (Scholé, 2024, 320 pp.)
Professore, è difficile dare una definizione della Dottrina Monroe, non è un principio lineare, ma più che altro una condizione strutturale degli Stati Uniti.
L’idea del libro nasce proprio perché mi era sembrato che ci fosse un po’ di confusione attorno alla Dottrina Monroe. Quello che io ho capito, studiandola per qualche anno, è che stiamo parlando di un testo sacro: uno di quei testi fondativi dell’identità americana. Ogni grande potenza si affida a degli spartiti per costruirsi, appunto, un’identità nazionale, per forgiarla, per rafforzare i legami interni. In questo caso dobbiamo fare i conti con quella matrice eccezionalista che hanno gli statunitensi, cioè redimere il mondo, rifarlo e guidarlo. È chiaro che tutto questo ha cambiato forma nel corso di 200 anni. È poi fondamentale fare una precisazione: la Dottrina Monroe non ha a che fare solo con l’America Centrale e Meridionale: due secoli fa fu un modo per presentarsi al mondo.
Ma nei confronti dell’America Latina c’è un approccio razzista da parte degli Stati Uniti?
Tutte le Amministrazioni statunitensi hanno considerato l’America Latina come il «cortile di casa» e questa concezione si poggia anche su un assunto di superiorità: razziale, politica, religiosa. A questa forma di imperialismo va aggiunto un ingrediente: il destino manifesto. Quello che è successo qualche ora fa in Venezuela ha delle radici molto profonde. I trumpiani da diversi anni dicono di volersi riprendere l’America Latina. Evidentemente gli Stati Uniti non si sentono più così sicuri nemmeno di gestire il cortile di casa. È un’idea del tutto personale, ma credo che gli Usa non abbiano più quel grado di coesione interna e di credibilità internazionale che avevano fino a qualche anno fa e quindi necessitano di ripartire dalle basi. Questa è una versione «iperrepubblicanizzata» di monrovismo. Probabilmente si teme il confronto con la Cina: con questo tema dovremo fare i conti.

Questo è quindi il primo vero atto del corollario Trump alla Dottrina Monroe?
Iniziamo col dire che nella mia esperienza non mi è mai capitato di trovare qualcuno che si auto attribuisse la paternità di un corollario. È una cosa anomala, quasi spiazzante. Ma d’altronde lo stile retorico utilizzato da Trump nei documenti ufficiali, nella National Security Strategy, è paternalistico, fa riferimento all’ipernazionalismo. Detto ciò, ci sono differenze abissali con quello che è successo in Venezuela nel 1895. Allora il Venezuela aveva aperto la più grande crisi monroviana della storia statunitense. Gli americani alzarono la voce contro la Gran Bretagna che provava a sfruttare le riserve aurifere della Guyana britannica al confine col Venezuela. Il monrovismo poi nel corso del Novecento è cambiato a dismisura. Ora, nel momento in cui l’impero non riesce più a fare quello che faceva prima automaticamente regredisce a uno stadio infantile di monrovismo, cioè quello ottocentesco, dove però chiaramente era tutto diverso. Quello di Trump è il corollario di un impero di inizio Ottocento, non di inizio del ventunesimo secolo. Ci tengo però a sottolineare una cosa. Secondo il mio parere, dietro questa malconcia riproposizione del monrovismo c’è una grossa crisi, sia retorica sia sostanziale, dell’Occidente atlantico. Cioè, il monrovismo di fatto è servito nel corso del Novecento anche per rafforzare la Comunità atlantica e ha funzionato fino a quando la grande potenza ha tenuto insieme tutta la struttura. Nel rapporto Europa-Stati Uniti l’asimmetria era plausibile fino a quando l’impero faceva l’impero. In questa formula trumpiana di monrovismo c’è una ratifica del fallimento della Comunità atlantica.
Gli stati Uniti hanno bisogno di rafforzare la propria identità, anche scontrandosi con gli altri Paesi?
All’inizio gli americani temevano che gli europei potessero prendersi pezzi dell’emisfero occidentale. Man mano che ci inoltriamo nel Novecento si inizia a parlare di penetrazione economica e commerciale, poi arrivano il comunismo e tutti i regimi non allineati al modello politico economico dell’occidente americano. Oggi ci sono il narcoterrorismo e le narcodittature: sono delle formule aggiornate di una retorica, in questo caso trumpiana, che guarda alla stabilità dell’interesse geoeconomico statunitense nell’area. Trump adesso si è rivolto alla Colombia e a Cuba e il messaggio è: «Non vi dimenticate che il signor Monroe 203 anni fa aveva detto che questo continente è affar nostro».
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