Nives Meroi: «Spero che si torni ad un alpinismo d'altri tempi»

Lei scalza senza bombola d’ossigeno e senza un aiuto di portatori d’alta quota. Gioca pulito col mondo Nives Meroi la tigre, sopra i grattacieli di madre natura». Sono parole dello scrittore Erri De Luca estratte dal libro «Sulla traccia di Nives», nato a seguito della sua amicizia con l’alpinista italiana.
Nel ristretto gruppo di donne che a livello internazionale praticano l’alpinismo alle quote più elevate, la figura di Nives Meroi risalta per il suo stile, la personalità e i risultati. Bergamasca di Bonate Sotto, dov’è nata nel 1961, Meroi ha vissuto per un periodo anche a Chiari e risiede ormai da diverso tempo in provincia di Udine - a Fusine Laghi, tra le Alpi Giulie - con il marito Romano Benet.
La mattina dell’11 maggio 2017 Nives e Romano hanno raggiunto la vetta dell’Annapurna in Himalaya, portando a termine la salita di tutte le 14 cime della Terra di altezza superiore a 8.000 metri. Quel momento ha segnato la conclusione di un viaggio iniziato quasi vent’anni prima, nel 1998, quando decisero di affrontare, quella volta senza successo, la salita del temibile K2 dal versante Nord, lungo una nuova via. In quello stesso anno raggiunsero il Nanga Parbat, il loro primo ottomila.
Il segno distintivo della formidabile coppia è dettato da un raro approccio alla montagna che si realizza in maniera pulita e leggera, che sceglie di avvicinarsi e di rientrare dai campi base senza farsi trasportare da elicotteri, senza usufruire di corde fisse, senza avvalersi di portatori e dell’uso dell’ossigeno supplementare. L’esatto contrario delle strategie adottate in questi anni dalla maggior parte delle spedizioni che affrontano le vette più alte.
Nello scorso mese di maggio Nives Meroi ha portato a termine la salita del Kabru South in Himalaya (7318 metri). Ora la attende un doppio appuntamento nel Bresciano. Il primo venerdì 18 agosto, alle 21, nel Palazzetto dello Sport di Ponte di Legno, dove l’alpinista dialogherà con la scrittrice Nadia Busato. L’iniziativa rientra nella seconda edizione de «Il Sentiero Invisibile Festival», diretto da Stefano Malosso. La possibilità successiva di incontrare Meroi sarà offerta nell’ambito della seconda edizione del Cult-Cura Festival, manifestazione organizzata dall’associazione culturale BiùCultura presieduta da Fabio Gafforini. Nives interverrà a Barghe, nella piazzetta davanti al Municipio, nella serata di sabato 2 settembre.
L’abbiamo intervistata.
Per la vostra ultima spedizione avete volutamente scelto un «non ottomila»...
Per noi l’alpinismo d’avventura esiste anche a quote inferiori. Dipende dal modo con il quale si decide di approcciarsi alla montagna. Per affrontare questa cima sul confine tra il Nepal orientale e l’India siamo partiti in quattro, e non ci siamo avvalsi né di portatori né delle bombole di ossigeno. Nella zona abbiamo notato un viavai di elicotteri che trasportavano alpinisti al campo base del Kanchenjunga, la terza vetta del pianeta. Le spedizioni commerciali operano con uno stile che non ci appartiene. A me e Romano è sempre piaciuto avvicinarsi e rientrare dalla montagna a piedi, perché la lentezza favorisce l’incontro con luoghi e persone.
Dalle sue parole sembra di riscontrare che l’alpinismo himalayano stia andando incontro a grandi cambiamenti...
Nel corso della prima fase storica delle salite in alta quota quello che contava era semplicemente conquistare la vetta, non ci si curava tanto dello stile. Nei decenni successivi sugli ottomila si è sperimentato un alpinismo più leggero. Oggi osservo che sono stati fatti passi indietro. Sembra che non conti più l’esperienza, ma si punta ai numeri e al raggiungimento di qualche record. È anche questa un’espressione della società dei selfie e dei like. Spero che dopo la voracità attuale si possa tornare a praticare un alpinismo di altri tempi.
Avete dato alla vostra nuova salita un nome curioso...
La via che abbiamo tracciato si chiama «Diamonds on the soles of her shoes», e richiama il titolo di una nota canzone di Paul Simon che ci piaceva ascoltare al campo base. Nel corso della complicata discesa siamo stati costretti a trascorrere una notte all’interno di una grotta di ghiaccio piena di spettacolari concrezioni che brillavano come diamanti alla luce delle nostre lampade frontali. Il nome deriva anche da questo spettacolo che ci è stato regalato dalla montagna.
Lei vive in un ambiente di grande pregio naturalistico e paesaggistico. Ritiene che ci siano ancora contesti privilegiati dove poter sperimentare il fascino della montagna e dell’avventura anche tra le Alpi e sulle Dolomiti?
Certamente! La zona delle Alpi Giulie, dove risiediamo mio marito ed io, offre ampi spazi per favorire l’esperienza di un rapporto rigenerante con la natura e con se stessi. Molte zone delle Dolomiti sono caratterizzate dal turismo di massa e la loro frequentazione richiama quella di un parco giochi. Purtroppo molte persone tendono a credere che le esperienze migliori si costruiscano sempre aggiungendo qualcosa, mentre l’insegnamento offerto dalla montagna è che si sta bene anche togliendo.
C’è una montagna alla quale si sente particolarmente legata?
Sì. È il Mangart, che posso ammirare dalle finestre di casa tutti i giorni. Anche in Himalaya conservo ricordi di varie cime, perché si legano a storie di amici.
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