Outdoor

In bici da Trieste a Ventimiglia: una sfida lunga 1.500 chilometri

Claudio Scalvini, 52 anni, in sella alla sua gravel ha pedalato 13 giorni lungo salite e passi storici
Claudio Scalvini ha 52 anni © www.giornaledibrescia.it
Claudio Scalvini ha 52 anni © www.giornaledibrescia.it

Da Trieste a Ventimiglia lungo le Alpi: 1.500 chilometri in sella attraverso i passi storici del ciclismo, su e giù per le grandi salite. Ha scelto la via più complessa per il suo viaggio Claudio Scalvini, 52enne di casa a Calcinato e ciclista amatore: 13 giorni per disegnare il confine settentrionale dell’Italia e raggiungere il mare della Liguria dal mare del Friuli.

Ciclista quasi per dovere, il suo primo amore è stato l’alpinismo, che però non pratica più: «Ginocchia consumate e fratture, l’ortopedico sei anni fa mi ha consigliato la bici». E così è stato: prima la mountain bike, poi l’enduro, infine la folgorazione gravel nel 2020.

Davanti alla statua di Marco Pantani © www.giornaledibrescia.it
Davanti alla statua di Marco Pantani © www.giornaledibrescia.it

A guidarlo la passione: «Leggevo di persone che facevano questi lunghi itinerari, quest’estate ho cominciato a disegnare il mio, che volevo originale: non i soliti giri che si possono fare in giornata, nemmeno quelli che fanno tutti. Del resto è una sfida con sé stessi. E doveva esserci la montagna, perché bici significa montagna».

Partenza il 17 settembre, percorso e «piani alternativi per i primi quattro giorni definiti: non sapevo se avrei retto. Certo, non farcela sarebbe stata una sconfitta». In treno è arrivato a Trieste con la sua bici e quel poco di bagaglio che è possibile caricare: «La bici pesa 9 chili, con il bagaglio arrivavo a 20: pareva di guidare un pullman. All’inizio ho avuto difficoltà, credevo di non farcela, poi il corpo si è abituato, sono andato avanti».

Sempre avanti

Le Dolomiti, una pedalata dietro l’altra, l’Austria per un pezzetto con le sue belle ciclabili e poi la Svizzera: freddo, pioggia, neve, le prime e uniche insormontabili difficoltà del viaggio. Perché con quelle condizioni «si rischia di cadere, il freddo può bloccare le dita, non volevo rischiare di non riuscire a frenare». E così i due «passaggi» obbligati in treno, cui però hanno fatto seguito la valle del Rodano, la Francia, Chamonix, il Monte Bianco.

Con la bici sulle montagne più famose della Grande Boucle © www.giornaledibrescia.it
Con la bici sulle montagne più famose della Grande Boucle © www.giornaledibrescia.it

Poi le grandi salite francesi del Tour, sempre in bilico tra Italia e Francia fino al Piemonte: «Ho pensato che già che c’ero avrei potuto arrivare fino al colle della Fauniera, per visitare il monumento al ‘pirata’ Marco Pantani: ho aggiunto un giorno e due salite». Ma ne è valsa la pena perché «sono state forse le più belle: rustiche, con pochissime auto e pochissime moto. Montagna vera». Era il penultimo giorno di viaggio. Quello successivo, «venti minuti di sterrato bello mosso per aggirare la chiusura per frana della galleria a Limone Piemonte, un percorso che mi hanno consigliato i locali, e poi giù lungo la val Roia e fino al mare di Ventimiglia». Il giorno in cui ha pedalato di più? «Il terzo, da San Vito in Cadore fino a Vipiteno, 150 chilometri. Questo tipo di esperienze vanno calibrate: devi pensare che l’indomani occorre rimettersi in sella».  

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