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Il rifugio la Croce di Marone chiude: pensione per Walter e Gigliola

L’attività, riferimento per chi sale al Guglielmo dal Sebino sarà aperto fino a domani
Flavio Archetti
Il rifugio Croce di Marone - © www.giornaledibrescia.it
Il rifugio Croce di Marone - © www.giornaledibrescia.it

È stato per 53 anni un punto di riferimento per chi ha raggiunto il Guglielmo dal lago d’Iseo, sia in estate che in inverno. Queste però, per il rifugio Croce di Marone, sono le ultime ore di apertura.

Dal prossimo 1 giugno l’attività condotta negli ultimi 21 anni da Walter Cristini e Gigliola Ghitti chiuderà i battenti definitivamente, lasciando la Croce - un luogo storico legato anche ad alcuni eventi alla Seconda guerra mondiale - orfana di un’attività che dal 1970 a oggi ha visto passare migliaia di persone e ha offerto, oltre che cibo e bevande, anche aiuto e un prezioso riparo a chi da quelle parti si è trovato in difficoltà per il freddo, la neve, imprevisti o incidenti.

La storia

Gigliola e Walter sono marito e moglie da 46 anni. Hanno rilevato il rifugio nel 2003, lei dopo qualche anno in oreficieria, lui alla Dolomite Franchi. L’arrivo a quota 1.200 metri e la conduzione dell’attività non sono stati sempre facili. I problemi non sono mancati e di capacità d’adattamento ce n’è voluta tanta. Allo stesso tempo, comunque, non sono mancate le soddisfazioni, in un percorso riempito giorno dopo giorno da tanti amici e da tanta umanità, «soprattutto quella dei montanari, gente educata, gentile e rispettosa».

Walter e Gigliola con la figlia Greta e i nipoti Anita ed Ettore - © www.giornaledibrescia.it
Walter e Gigliola con la figlia Greta e i nipoti Anita ed Ettore - © www.giornaledibrescia.it

E proprio queste sono le cose più belle che Walter e Gigliola amano ricordare guardando ai loro 21 anni alla Croce, un ventennio in cui, poi, la figlia Greta li ha arricchiti con l’arrivo dei nipoti Anita e Ettore, presenti in rifugio a dare manforte ai nonni ogni volta che è stato possibile, assieme a Viviana, Stefano, Alida, Mario e Silvana.

La difficoltà più grande di questo lungo periodo? La neve, almeno fino a quando ha nevicato. «Un anno, a inizio Duemila - ricordano Gigliola e Walter - ce n’erano due metri, ma noi, che trascorrevano tutto l’inverno al rifugio, riuscivamo a scendere in paese a fare spesa nonostante tutto, servendoci di una jeep equipaggiata con catene e slitta spazzaneve».

Impossibile, tra le tante cose, non ricordare il «caffè Croce», specialità del bar, a base di caffè, Vov, whisky e amaretto, e quelle della cucina dalla quale, grazie alle abili mani di Gigliola, sono usciti montagne di tagliate, casoncelli e pasta con i «peruchì», e alla bravura di Walter, soprattutto grigliate e spiedi.

L’epoca del rifugio si è conclusa sabato scorso con una festa con 400 persone: il più bel riconoscimento a chi ha sempre tenuto la porta aperta agli altri, e non solo per lavoro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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