Bouchra Baibanou, la prima donna africana a scalare le Sette Vette

Viene dal Marocco, ha 56 anni ed è ingegnere informatico. Dalla prima scalata a 25 anni all’impresa di raggiungere le vette più alte di ogni continente: «Ora punto al K2»
  • Bouchra Baibanou durante la scalata delle Seven Summits
    Bouchra Baibanou durante la scalata delle Seven Summits - © www.giornaledibrescia.it
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    Bouchra Baibanou durante la scalata delle Seven Summits - © www.giornaledibrescia.it
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    Bouchra Baibanou durante la scalata delle Seven Summits - © www.giornaledibrescia.it
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    Bouchra Baibanou durante la scalata delle Seven Summits - © www.giornaledibrescia.it
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    Bouchra Baibanou durante la scalata delle Seven Summits - © www.giornaledibrescia.it
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    Bouchra Baibanou durante la scalata delle Seven Summits - © www.giornaledibrescia.it
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È donna, musulmana e indossa il velo. Ed è la prima donna africana ad aver scalato le Seven Summits. Un sogno e un traguardo senza precedenti quelli che Bouchra Baibanou, 56enne del Marocco, è riuscita a raggiungere. Tali da spingere persino il Re Mohammed VI a inviarle un messaggio di congratulazioni

La passione per il trekking nasce a 15 anni, insieme agli amici. Poi a 25 arriva la prima scalata: il Toubkal, il monte più alto del Maghreb. Da quel momento scatta qualcosa in Baibanou: non sa cosa di preciso, ma è una sensazione che la accompagnerà per i successivi 17 anni. Perché è questo che succede quando i sogni bussano alla porta e si sceglie di accoglierli: si realizzano.

A 42 anni decide così di scalare la vetta più alta dell’Africa, il Kilimangiaro in Tanzania; ad accompagnarla in questa sfida c’è suo marito «che non ama proprio la montagna, ma ama me e mi supporta in ogni decisione». È durante questa avventura che l’alpinista scopre il progetto dei Seven Summits, le vette più alte di ogni continente. 

Bouchra, com’è stato coronare il sogno di scalare il Kilimangiaro?

«È stato incredibile, oltre ogni mia aspettativa. Sono nata e cresciuta a Rabat, la montagna non è mai stata il mio habitat naturale. Dopo quel campo estivo da adolescente e la scalata sul Toubkal, la passione è scoppiata. Mentre studiavo ingegneria informatica e lavoravo, avevo un solo pensiero in testa: scalare il Kilimangiaro. E così è stato nel 2011». 

E dopo?

«Avevo ancora più sete. Ho scoperto che cosa erano le Seven Summits e mi sono posta un obiettivo: scalarle tutte. Così, mentre lavoravo al Ministero dei trasporti a Rabat, ho iniziato la mia preparazione da professionista: ho studiato le tecniche dell’alpinismo, mi sono allenata e ho migliorato le mie abilità. Nel 2014 ho scalato l’Aconcagua in America del Sud e poi il Denali in Alaska per l’America del nord. L’anno dopo è toccato al Carstensz in Papa Nuova Guinea per l’Oceania. Nel 2018 ho fatto il Vinson in Antartide e nel 2020 l’Elbrus nel Caucaso. Ma l’emozione maggiore è stata quando ho raggiunto la vetta dell’Everest nel 2017». 

Com’è stato?

«È stata davvero una sfida. Soprattutto perché oltre gli 8.000 metri c’è poco ossigeno e vento molto forte. Serve tanta forza fisica per portare lo zaino, l’attrezzatura e camminare tante ore in condizioni meteorologiche difficili. Ma anche mentale, perché bisogna mantenere la lucidità quando il morale va giù e la stanchezza si fa sentire. Quando ho raggiunto la vetta dell’Everest mi sono sentita libera. Ho onorato la mia terra. E spero, in qualche modo, di aver aperto la strada a tante altre donne musulmane».

Donna, musulmana e con il velo: com’è stato sfidare tutti questi pregiudizi?

«Purtroppo sono tanti gli stereotipi sulle donne musulmane. Addirittura si dice che non siano autorizzate a fare uno sport come l’alpinismo. Io però non mi sono mai fatta condizionare. Ho ascoltato solo la mia voce interiore. È stato di grande aiuto il supporto dalla mia famiglia, di mio marito, dei miei genitori e di mia figlia».

Bouchra, cosa non può mancare nel suo zaino?

«Porto sempre con me il Corano e la bandiera del Marocco con cui amo immortalare il mio arrivo in cima alle montagne. Non possono inoltre mancare i dolci marocchini come i “kaab ghsal”: biscotti a forma di mezzaluna realizzati con pasta di mandorle aromatizzata con acqua di fiori di arancio. Sono una fonte di zucchero, ma anche un modo per sentirmi sempre a casa».

Bouchra Baibanou con Corano e bandiera del Marocco - © www.giornaledibrescia.it
Bouchra Baibanou con Corano e bandiera del Marocco - © www.giornaledibrescia.it

C’è un aneddoto simpatico relativo a una delle due escursioni?

«Nel 2022 ho scalato l’Annapurna, una delle vette più toste dell’Himalaya. Eravamo io e un gruppo di alpinisti di diverse nazionalità, conosciuti sul posto. Una volta arrivati in cima la fame era tanta, così ho deciso di cucinare il cous cous, piatto tipico della cucina araba a base di semola di grano, carne e verdure. La cosa divertente è che per prepararlo ci vuole mezza giornata e naturalmente lì non era possibile. Non so come, ma è uscito un buon piatto. È stato un momento simpatico e interculturale che conservo con affetto».

A parte l’alpinismo, cosa la tiene occupata?

«Oggi sono presidente dell’associazione Delta Evasion che si occupa di sport di montagna. Attualmente sto lavorando al progetto “Empower girls” per spingere le donne che vogliono fare l’alpinismo a credere in se stesse attraverso corsi di formazione e trekking».

La sua prossima avventura?

«L’anno scorso ho provato a scalare il K2, la seconda vetta più alta del mondo, ma non ci sono riuscita per via delle condizioni meteorologiche avverse. Quest’anno voglio riprovarci. E poi ho un altro progetto: dopo il mio ultimo libro “Mon chemin vers les sept sommets du monde”, mi piacerebbe scriverne un altro».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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