Le posizioni si prendono con i fatti e non solo con le parole

Sonia è una docente precaria di lingua straniera. Ha appena concluso il suo settimo anno di insegnamento, sebbene sia tra i docenti più vecchi del suo istituto. Anzi, scusate, devo aggiornare e scrivere «la più grande» perché l’aggettivo «vecchio» mi risulta in via d’estinzione (insieme al dignitoso orgoglio di non restare per sempre giovani, ma questo è un altro discorso). Per tornare a Sonia, lei non è tra quelli che hanno pensato alla scuola come ultima spiaggia stipendiale sulla quale arenarsi in attesa di una pensione che dovrebbe farsi (vuole sperare) visibile all’orizzonte.
Sonia ha occupato una posizione di rilievo in una grossa azienda fino a quando questa non decide una ristrutturazione interna e chiude una sede distaccata a poco più di cento chilometri dalla casa madre. È proprio quella in cui Sonia lavora. L’idea del pendolarismo non le pesa, anche perché essendo pienamente adulta (anche «maturo» è un aggettivo in disuso, mi hanno detto) la sua vita può assumere nuovi ritmi senza alterare gli equilibri familiari, e il suo posto è sicuro. Il primo giorno di lavoro nella nuova sede centrale, si scopre che ad arrivare dal distaccamento chiuso sono venticinque persone ma le scrivanie disponibili sono solo diciotto.
Un errore di calcolo? Piuttosto una stima di quanti avrebbero, in capo a poco, rinunciato all’andirivieni o sarebbero stati incoraggiati a farlo. Le pressioni maggiori a mollare sono dirette sugli ultimi assunti, tra cui soprattutto giovani che – ringalluzziti da un contratto a tempo indeterminato – stavano persino audacemente considerando quell’ipotesi che si fa sempre più rara e sconsiderata (che si può dire, anche se si dice poco) di «mettere su famiglia». Sonia cerca di dare peso al proprio ruolo e si fa sentire, manifestando la propria contrarietà.
Può poco e non è certo una voce a fermare l’alluvione non è il dito nella diga. Sonia ha un posto in prima fila per assistere allo spettacolo sanguinoso dello sfoltimento dei lavoratori. Gli spettatori però possono sempre scegliere di protestare e, se la rappresentazione non cambia, di alzarsi e andarsene. Sonia si licenzia e, per quanto la allettino, non torna indietro sulla propria decisione. Ha una laurea in lingue ed è disposta a rischiare, proprio perché ormai i figli sono grandi e la famiglia non dipende più da lei. Da lei dipende soprattutto la possibilità di vivere in pace con se stessa.
«A quel punto – dice – ho pensato a dove mi sarei sentita più utile e mi sono venuti in mente i ragazzi più giovani e la scuola», un posto dove ricominciare la, pronta ad avvicinarsi alle nuove generazioni per mettere a disposizione la sua esperienza. «Mi sono messa in coda – afferma – dietro a tutti, una nuova principiante». Il prossimo anno sarà l’ultimo, poi Sonia andrà in pensione e considera: «A tirare le somme di tutta la mia esperienza lavorativa, aver fatto la prof è stata la professione più utile in cui mi sono impegnata».
A me è piaciuta la scelta di Sonia, ne ho apprezzato la solidarietà con le nuove generazioni e la ribellione a un sistema vecchio e stritolante che chiude le porte in maniera arbitraria. Sonia ha fatto quello che tutti dovremmo fare: ha preso posizione con la propria vita e ha lasciato le parole nelle orecchie che le dovevano sentire.
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