Opinioni

Un bicchier d’acqua che vale una medaglia

In Giappone Shizo Kanakuri è un talento nella corsa su lunga distanza: alle Olimpiadi del 1920 ad Anversa riuscì ad aggiudicarsi la 16esima posizione con un tempo di 2:48:45.4
Una foto di Shizo Kanakuri
Una foto di Shizo Kanakuri
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Shizo Kanakuri è un nome che, nella storia dello sport è legato a una maratona durata 54 anni, 8 mesi, 6 giorni e poco più. Un tempo che non racconta solo di chilometri percorsi, ma di una vicenda umana al confine tra leggenda e realtà, tra sport e ironia, tra l’orgoglio di un intero Paese e la leggerezza di un sorriso. Era il 14 luglio 1912 e il Giappone, per la prima volta nella sua storia, schierava due atleti ai Giochi Olimpici, quelli di Stoccolma.

Uno di loro era proprio Kanakuri, 170 cm per 64 kg, considerato già allora un talento promettente nella corsa su lunga distanza, che in patria era uno sport assai poco popolare. Già il suo viaggio verso la Svezia era stato un’impresa lunga diciotto giorni: partito da Tokyo, attraversò l’Asia in treno e poi la Russia con la Transiberiana. I fondi per la trasferta erano stati raccolti grazie a una colletta aperta dalla sua università. La maratona di Stoccolma si rivelò però una prova estrema: 32 gradi di temperatura e nessun punto di ristoro lungo il percorso.

Kanakuri era considerato tra i favoriti: vantava un tempo di 2 ore, 32 minuti e 45 secondi su 40 km, considerato a quei tempi una delle migliori prestazioni mondiali. In gara si tenne a lungo nel gruppo di testa, accanto al sudafricano McArthur, che avrebbe poi vinto. Ma qualcosa andò storto: al trentesimo km circa, stremato dalla sete e dal caldo, Kanakuri si fermò vicino a una casa nella campagna di Sollentuna, accettò un bicchiere di succo di frutta e si sedette a riposare. Si addormentò. Quando si risvegliò, la gara era finita da ore.

L’atleta scomparso era stato cercato senza successo e dichiarato disperso. In Svezia, attorno alla sua vicenda nacquero racconti dal sapore di leggenda gotica. Kanakuri, nel frattempo, era rientrato in Giappone in silenzio, senza informare nessuno, sopraffatto dalla vergogna e timoroso di aver leso l’onore della propria bandiera. La sua carriera, però, non si fermò lì.

Tornò alle Olimpiadi nel 1920 ad Anversa, dove concluse la maratona al 16º posto con un tempo di 2:48:45.4, e ancora nel 1924 a Parigi, dove però non riuscì a terminare la gara. Al di fuori delle competizioni, Kanakuri divenne un pilastro dell’atletica giapponese: insegnante di geografia a Tamana, si dedicò alla promozione dello sport e fu tra i fondatori della celebre staffetta universitaria Hakone Ekiden, evento simbolo della corsa a lunga distanza in Giappone. La storia di Stoccolma, però, lo inseguì per tutta la vita, fino a quando, nel 1962, un giornalista svedese lo rintracciò e lo intervistò, rivelando al mondo che Kanakuri non era morto, ma vivo e vegeto.

Cinque anni dopo, nel 1967, Kanakuri fu invitato in Svezia per un gesto tanto simbolico quanto toccante: completare la maratona iniziata 55 anni prima. Riprese il percorso dal punto in cui si era fermato, percorse gli ultimi chilometri e tagliò finalmente il traguardo, registrando ufficialmente il tempo più lungo mai impiegato in una maratona: 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20,3 secondi. A volte si può vincere anche senza arrivare primi, facendo di testa propria la cosa che nessun altro avrebbe osato. Fermatevi a bere, se serve.

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