La vittoria di Takaichi ridefinisce il ruolo del Giappone nel mondo

Quando ieri in Giappone si sono chiuse le urne per le elezioni della Camera bassa, il Paese ha sancito non solo una vittoria schiacciante del Partito Liberal Democratico (Ldp) guidato da Sanae Takaichi, ma un punto di svolta nella traiettoria politica ed estera di Tokyo.
La premier – prima donna nella storia nipponica a guidare il governo – non ha solo consolidato il suo potere interno: ha ottenuto un mandato politico eccezionalmente ampio, con il Ldp che ha conquistato una super-maggioranza di oltre due terzi dei seggi.
Un risultato che rafforza l’esecutivo e apre la strada a una fase di decisioni più incisive su economia, sicurezza e collocazione internazionale del Giappone, riducendo sensibilmente il peso dei tradizionali vincoli parlamentari che in passato avevano spesso rallentato l’azione di governo.
Il voto dell’8 febbraio è arrivato in un clima che gli osservatori descrivevano come già teso prima dell’apertura delle urne. Takaichi aveva deciso di sciogliere la Camera bassa a pochi mesi dal suo insediamento, avvenuto in autunno, trasformando la consultazione in una prova diretta sulla propria leadership e sulla capacità dell’Ldp di superare una fase di incertezza interna, segnata da rivalità tra fazioni e da una crescente distanza tra classe politica e opinione pubblica.
La scelta si è rivelata politicamente efficace: l’elettorato non ha premiato un ritorno a una linea prudente o interlocutoria, ma ha scelto di conferire alla premier un consenso ampio, sufficiente a garantire stabilità e continuità decisionale in una fase percepita come critica per il futuro del Paese.
Il significato del risultato va però ben oltre la politica interna. Nell’arena internazionale, il messaggio che arriva da Tokyo è quello di un Giappone più disposto a esplicitare le proprie priorità strategiche. L’epoca di una politica estera prevalentemente cauta, fondata su un bilanciamento silenzioso tra le grandi potenze regionali, lascia progressivamente spazio a un approccio più assertivo, soprattutto nei confronti della Cina.
Negli ultimi mesi, l’accumularsi di tensioni con Pechino – dalle frizioni nel Mar Cinese Orientale alle preoccupazioni legate allo Stretto di Taiwan – ha contribuito a ridefinire il dibattito interno giapponese, erodendo ulteriormente il linguaggio post-pacifista che aveva dominato la scena politica per decenni senza tuttavia scomparire del tutto.
La super-maggioranza parlamentare offre ora a Takaichi un margine di manovra più ampio su alcuni dossier centrali. In primo luogo, il rafforzamento delle capacità di difesa e deterrenza, già avviato negli anni precedenti, potrebbe procedere con maggiore rapidità e minori ostacoli politici.
Thank you, @realDonaldTrump, for your kind and encouraging message of congratulations.
— 高市早苗 (@takaichi_sanae) February 9, 2026
I look forward to working closely with you, Donald, to advance peace, strength, and prosperity for our two nations.
トランプ大統領、温かく心強い祝意のメッセージをありがとうございます。… pic.twitter.com/7jm3kF4VeI
In secondo luogo, torna con maggiore forza il tema della revisione costituzionale, in particolare dell’Articolo 9, che continua a rappresentare un vincolo simbolico e giuridico all’uso della forza militare. Infine, il governo potrà rendere più esplicito il proprio ruolo nelle dinamiche di sicurezza regionale, rafforzando l’integrazione con gli Stati Uniti e con altri partner dell’Indo-Pacifico.
Non si tratta solo di dichiarazioni di principio: la percezione, anche a Washington, è che una leadership giapponese politicamente solida renda l’alleanza bilaterale più credibile e prevedibile in un contesto di competizione strategica con la Cina.

Questo margine di manovra, tuttavia, non equivale a carta bianca: la Camera dei Consiglieri, dove l’Ldp non dispone della stessa forza numerica, resta un vincolo – anche se non insormontabile – per eventuali revisioni costituzionali, contribuendo a incanalare il nuovo corso in una traiettoria graduale più che di rottura.
Questa evoluzione, tuttavia, non è priva di limiti. Il Giappone resta una società profondamente segnata dall’esperienza del dopoguerra, con un’opinione pubblica che continua a guardare con cautela a un coinvolgimento diretto in crisi militari su larga scala.
Il consenso elettorale, per quanto ampio, non si traduce automaticamente in consenso sociale per riforme costituzionali o per scelte di politica estera che implichino rischi elevati. La distanza tra legittimità parlamentare e accettazione pubblica resta quindi uno dei principali fattori di moderazione dell’azione governativa, e rappresenta una variabile che l’esecutivo dovrà gestire con attenzione.

È soprattutto nel rapporto con la Cina che questa nuova fase politica verrà messa alla prova. Pechino ha osservato con attenzione l’intera campagna elettorale e le posizioni espresse da Takaichi, consapevole che dietro una retorica più dura si profila una strategia più strutturata, fatta di alleanze, capacità militari, sicurezza economica e riduzione delle dipendenze strategiche.
Un Giappone più coeso politicamente e meno vincolato da fragilità interne è un interlocutore più difficile, e al tempo stesso un rivale più credibile. È probabile che la risposta cinese si muova su un doppio binario: contenimento della tensione sul piano diplomatico, ma pressione selettiva su quello economico e commerciale.
In definitiva, quella di ieri non è stata una normale vittoria elettorale. È stato un mandato per ridefinire, almeno in parte, il ruolo del Giappone nel mondo in un’epoca di crescente competizione geopolitica. Il paese più industrializzato dell’Asia orientale, alle prese con una demografia complessa e con un equilibrio politico tradizionalmente prudente, ha scelto una leadership forte e ha segnalato la volontà di assumere un ruolo più attivo nello scacchiere regionale.
Le relazioni con Pechino, sospese tra rivalità strategica, interdipendenza economica e calcoli di lungo periodo, saranno il banco di prova più significativo del nuovo corso. Nel prossimo futuro, la politica estera nipponica potrebbe apparire meno timorosa e più esplicitamente orientata alla deterrenza, nella convinzione che la stabilità regionale non si mantenga soltanto attraverso il dialogo, ma anche tramite chiarezza strategica e capacità di proiezione politica.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
