Giappone, la prima premier donna è un segno di restaurazione

Non rappresenta una frattura con la tradizione del Partito Liberal Democratico, bensì la sua radicalizzazione: un ritorno all’eredità ideologica di Shinzo Abe, riletta alla luce di un contesto più fragile e frammentato
Sanae Takaichi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Sanae Takaichi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La vittoria di Sanae Takaichi alla guida del Partito Liberal Democratico (LDP) segna un passaggio storico: il Giappone avrà con ogni probabilità la sua prima premier donna. Ma dietro l’innovazione simbolica si intravede una sostanziale restaurazione politica. Takaichi non rappresenta una frattura con la tradizione del LDP, bensì la sua radicalizzazione: un ritorno all’eredità ideologica di Shinzo Abe, riletta alla luce di un contesto più fragile e frammentato.

Il voto interno al partito è avvenuto in un momento di logoramento strutturale. Dopo anni di stagnazione economica e scandali, il LDP ha perso parte del suo consenso urbano e giovanile, senza che l’opposizione riuscisse a costruire un’alternativa. Il risultato è un partito chiuso su se stesso, dove le elezioni interne sostituiscono il confronto democratico e le fazioni funzionano da camere di compensazione. In questo quadro, Takaichi si è imposta non per spinta popolare ma per capacità di tenere insieme il blocco conservatore, ricucendo le reti di potere che avevano sorretto l’«Abe system».

La nuova leader incarna la continuità più coerente dell’era Abe. Nazionalista, revisionista sul piano storico, difende un modello di società gerarchica e «armonica», dove la stabilità vale più della rappresentanza. È una politica di apparato, ma capace di presentarsi come outsider disciplinata. La sua immagine di «Thatcher giapponese» – ferma, intransigente, ma pragmaticamente ortodossa – serve a coprire un programma in cui modernità e restaurazione coincidono: rafforzare l’autonomia militare, rilanciare la spesa pubblica, proteggere le imprese nazionali e riaffermare il primato dell’identità giapponese.

Sul piano economico, Takaichi propone una prosecuzione dell’Abenomics con tratti ancor più interventisti. Sostiene una politica fiscale espansiva e tassi d’interesse bassi, puntando alla crescita più che al consolidamento del debito. In un Paese con un debito pubblico oltre il 250% del Pil, tale orientamento implica rischi evidenti: ulteriore indebolimento dello yen, aumento dei costi energetici e vulnerabilità dei bilanci familiari. Ma dietro questa scelta si legge una precisa logica politica: la stabilità sociale come priorità assoluta, anche a costo di ridurre i margini d’autonomia della Banca del Giappone e di scaricare sulle generazioni future l’onere del debito.

In politica estera, la discontinuità sarà più visibile sul piano retorico che strategico. Takaichi è una convinta fautrice dell’alleanza con Washington e del concetto di «Indo-Pacifico libero e aperto», ma con un accento più marcatamente assertivo. L’obiettivo è duplice: rafforzare la deterrenza verso la Cina e ridefinire la postura del Giappone come potenza «normale», dotata di capacità di difesa offensive. Da qui la volontà di rilanciare il dibattito sulla revisione costituzionale e di aumentare ulteriormente la spesa militare. È un’agenda che rassicura gli Stati Uniti e polarizza i vicini: Corea del Sud e Cina guardano a Takaichi come a un ritorno al revisionismo abeniano.

Il paradosso di questa vittoria è tutto qui: una svolta epocale nella forma, ma profondamente conservatrice nella sostanza. Takaichi diventa la prima premier donna non per volontà di riforma, ma come espressione di un sistema che si autorigenera cooptando nuovi simboli. Il suo femminismo è puramente incidentale; la sua leadership, funzionale alla sopravvivenza del LDP in una fase di erosione strutturale. È la dimostrazione che il potere in Giappone può cambiare volto senza cambiare natura.

Sanae Takaichi sarà premier - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Sanae Takaichi sarà premier - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il successo o il fallimento di Takaichi dipenderanno dalla sua capacità di conciliare due tensioni contrapposte: quella economica, tra stimolo e rigore; e quella geopolitica, tra fedeltà americana e autonomia strategica. Ma la sua elezione rivela già una verità più profonda: la politica giapponese, di fronte alla stagnazione, preferisce la restaurazione alla discontinuità.

Takaichi non inaugura una nuova era. Ne chiude una, consolidando la trasformazione del LDP da partito di governo a sistema di potere permanente, in cui la novità serve a perpetuare l’ordine esistente.

Antonio Fiori - Docente di Storia e Istituzioni dell'Asia, Università di Bologna

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