Vittoria italiana in Commissione Ue

Per ora il governo Meloni, tra delega e vicepresidenza, ha ottenuto più di qualunque altro governo in precedenza
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni - Foto Ansa/Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni - Foto Ansa/Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it
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Si era impegnata, Ursula von der Leyen, per una Commissione europea con equilibrio di genere. Non ci è riuscita, a differenza di quanto aveva ottenuto nel 2019. Scorrendo i nomi, il genere femminile ha (per ora) dieci rappresentanti, appena più di un terzo. Un riequilibrio potrebbe seguire alle audizioni dei commissari designati da parte delle commissioni competenti (nella materia della delega assegnata) del Parlamento europeo.

Nelle audizioni del 2019 furono in tre a non superare la prova. Tuttavia, per quanto i deputati possano darsi da fare, non potranno ristabilire l’equilibrio. Se il designato mostra competenza e preparazione, perché è ciò quanto va accertato, un voto contrario sarebbe un azzardo, ma la politica a volte non vi fa caso. Resta, comunque, da vedere se, di fronte a una bocciatura, la presidente della Commissione riuscirà a ottenere dai governi designazioni femminili. Sinora i governi si sono mostrati piuttosto riottosi a seguirne l’indicazione di fornire due nomi. Di fatto la sola Bulgaria ha ottemperato.

La presidente sta facendo pressioni sul premier maltese Robert Abela per la riconferma di Helena Dalli, ma questi si sta impuntando su Glenn Micallef, uomo fidato, già a capo della sua segreteria. Una sfida da potere a potere? Potrebbe essere, ma se così fosse si tratterebbe di un misero spettacolo. Il potere si esercita altrimenti. Si può aggiungere, a mo’ di ponderazione dei «top jobs», come, tre presidenze delle quattro maggiori istituzioni dell’Ue siano nelle mani di donne, lasciando al genere maschile solo quella del presidente del Consiglio europeo.

Proseguendo nel suo lavoro di messa a punto della sua squadra, Ursula von der Leyen, ha definito numero e nomi delle vicepresidenze esecutive. Saranno quattro, oltre a quella automaticamente assegnata a Kaja Kallas in quanto Alto rappresentante per la politica estera.

In primis lo sperimentato (è alla sua terza vicepresidenza) Valdis Dombrovskis lettone, poi il francese Thierry Breton, ora responsabile del mercato unico, ma in possibile migrazione alla guida della Concorrenza, terza donna del sestetto cupola della Commissione (qui almeno la parità di genere è rispettata) la spagnola Teresa Ribera, l’attuale ministro per la Transizione ecologica mirerebbe alla corrispondente delega nell’esecutivo di Bruxelles; dulcis in fundo, ma chissà forse per qualcuno amarus in fundo, Raffaele Fitto, ministro per gli Affari europei e attuazione del Pnrr nel governo Meloni e, per di più, con una delega di grande peso: l’Economia e il Pnrr.

Da mesi la premier Meloni andava reclamando l’una e l’altra. Sembrava la classica missione impossibile, per via della collocazione politica, del non voto di Ecr (il gruppo di cui Meloni è presidente europea) a Ursula von der Leyen, e d’altro ancora. Ma, per dirla con Manzoni, «...e il giunge, e tiene un premio ch’era follia sperar».

Ora, (nella seconda metà di settembre) Fitto dovrà vedersela con la Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo. Per ottenerne la ratifica servono almeno 30 voti dei suoi 59 membri. Tuttavia, l’azzardo politico potrebbe essere in agguato. La maggioranza Ursula 2 (Ppe, S&D, Renew, Verdi) appare desinata a dividersi. Partito popolare europeo e Renew non dovrebbero avere difficoltà a pronunciarsi a favore, sommando così 22 voti, 16 del primo e 6 del secondo. A questi verrebbero, ovviamente, ad aggiungersi i 6 di Ecr. In totale 28.

La ratifica di Fitto è quindi nelle mani di esponenti di Socialisti&Democratici e forse di qualcuno dei Patrioti per l’Europa, gruppo cui aderisce la Lega, ma priva di suoi esponenti in questa commissione, ma dove sono presenti rappresentanti di Vox e Fidesz.

Il governo Meloni, tra delega e vicepresidenza, ha ottenuto più di qualunque altro governo in precedenza. Non sprechiamo «il premio ch’era follia sperar» per contare di più.

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