Il vincolo di mandato e l’ipocrisia dei partiti

È un caposaldo delle democrazie moderne, anche se oggi in Parlamento si entra per consonanza o devozione al leader del partito, il quale sceglie chi mettere in lista e in quale posizione
La Camera dei deputati - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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In occasione della fuoriuscita di alcuni parlamentari vannacciani dalla Lega, il segretario del Carroccio Salvini ha riproposto il tema della modifica dell’articolo 67 della Costituzione, per permettere il vincolo di mandato. Non è una novità: nel corso della Seconda Repubblica il tema è stato posto spesso.

Lo è stato soprattutto dal centrodestra, anche se non va dimenticato che il primo governo Berlusconi riuscì ad ottenere la fiducia del Senato, nel 1994, proprio grazie all’assenza decisiva di quattro senatori centristi (dell’opposizione, dunque) senza la quale il Cavaliere non sarebbe mai andato a Palazzo Chigi. Il vincolo di mandato non operò per i senatori «dissenzienti» (poi espulsi dal partito, ma rimasti in Senato, proprio perché determinanti).

Nella Prima Repubblica episodi di transumanza parlamentare erano rarissimi, perché i partiti erano ideologizzati: si sposava un’idea, ma soprattutto nella Dc, andarsene non conveniva (chi era nella minoranza interna un giorno poteva ritrovarsi in maggioranza dopo pochi mesi).

Ci sono state, invece, scissioni storiche, come quella del Psi nel 1947 che diede luogo al Psdi (e che permise lo sviluppo della politica centrista degasperiana) o quella, sempre in ambito socialista, del Psu che si scompose nel 1969 in Psi e Psdi dopo la fusione del 1966.

Poi ci fu anche la scissione di Democrazia nazionale dal Msi, verso la fine degli anni ’70, che oggi viene richiamata dalla destra per sottolineare che il nuovo partito non rientrò in Parlamento perché i «fuggitivi» (o «traditori», a seconda dello stile per etichettare chi esce dal partito) non vanno lontano.

Se la media dei cambi di casacca nella Prima Repubblica si poteva contare – fra Camera e Senato – sulle dita di una mano, la Seconda Repubblica è stata caratterizzata da una mobilità eccessiva, che nella tredicesima legislatura (1996-2001) ha fatto registrare circa duecento passaggi da un partito all’altro: allora lasciò il gruppo d’appartenenza (talvolta per tornare nell’area, ma non nel soggetto politico originario) il 21,9% degli eletti del Polo, il 25,6% di quelli della Lega, il 16,5% di quelli di Ulivo e Rifondazione comunista e il 22% di quelli del gruppo Misto: ne uscirono in tutto 79 dal Polo, 22 dalla Lega, 77 da Ulivo-Prc e 9 dal Misto.

Oggi siamo molto lontani da quei livelli, ma l’idea di introdurre il vincolo di mandato rispunta quando i deputati escono dal proprio gruppo (non quando vi entrano: stranamente, in quelle occasioni nessuno si lamenta). Il divieto di vincolo di mandato nasce storicamente per tutelare la libertà dei parlamentari, che rappresentano la Nazione intera; quindi, ricevono un’investitura più ampia di quella che gli ha conferito il capo partito mettendoli nel collegio uninominale favorevole o nella lista bloccata dove non si deve fare neanche campagna elettorale per essere eletti.

Il vincolo di mandato è un caposaldo delle democrazie moderne, anche se oggi in Parlamento si entra per consonanza o devozione al leader del partito, il quale sceglie chi mettere in lista e in quale posizione. In questo modo, chi ottiene il controllo del soggetto politico si assicura anche una falange compatta che alla Camera o al Senato fa quel che il partito e la coalizione dicono di fare.

Il ministro e vicepremier Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il ministro e vicepremier Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Naturalmente, se non si è d’accordo e si pensa che l’interesse del Paese (o della Nazione, a piacere) si possa raggiungere meglio aderendo ad un altro partito, lo si può fare; del resto, dato che in Italia si possono sciogliere i matrimoni, non si vede perché il divorzio sia proibito in Parlamento.

Poi, certo, le motivazioni non sono sempre ideali ma spesso sono personali anche se, nel passato, sono state frutto di precise manovre politiche (fra tutte, si ricorda l’eterogeneo gruppo dei «responsabili» che salvò per qualche tempo l’ultimo governo Berlusconi dalla caduta).

Secondo Openpolis, nell’attuale legislatura, i deputati usciti da un gruppo alla Camera sono stati 16 dai partiti di maggioranza e 27 da quelli di opposizione, ma pochi hanno cambiato schieramento: quattro sono usciti dalla maggioranza ma ne sono entrati dieci, mentre undici sono usciti dalle opposizioni e ne sono entrati sei (qui non si considera il gruppo Misto), perciò la coalizione di governo ha guadagnato sei seggi e le opposizioni ne hanno persi cinque, nel saldo.

Non sembra un dato paragonabile a quello del periodo 1994-2022; inoltre, visti i numeri, a chiedere di bloccare l'uscita dei parlamentari dovrebbero essere i partiti centristi di opposizione, che ne hanno persi dodici guadagnandone solo uno, mentre Forza Italia ne ha perso uno ma ne ha guadagnati undici.

In sintesi, in un Parlamento nel quale i deputati contano sempre meno, perché se vogliono essere eletti o rieletti non possono mai far mancare atti di fedeltà al leader di turno e nel quale persino la legge di bilancio viene approvata da parecchi anni senza discussioni con voto di fiducia sul maxiemendamento dell’ultimo minuto, si può dire che il vincolo di mandato, nei fatti, è stato ripristinato già da un pezzo e che nessuno può lamentarsi se perde un deputato, perché tempo dopo ne guadagnerà un altro uscito da un gruppo politico magari alleato. Con tutti i problemi che ha il Paese, l’articolo 67 della Costituzione è l'ultimo per importanza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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