L’esercizio della giustizia è da sempre al centro del dibattito sociopolitico alle diverse latitudini del mondo, così il suo rapporto dialettico con il potere politico e i diversi regimi che, di volta in volta, lo incarnano. Un contropotere inaccettabile quello della magistratura, o di suoi organismi? Una garanzia di libertà per i cittadini tutti, garantita dalle carte costituzionali? Da sempre, anche le dittature cercano di motivare loro comportamenti arbitrari come dettati da leggi di garanzia della intangibilità della loro nazione: chi è messo al bando voleva sovvertirne l’ordine. Insomma si preserva il bene comune.
Nelle democrazie occidentali i diversi gradi di giudizio sono l’assicurazione contro errori di procedura o di fatto. Crea dunque una particolare attenzione quando la contestazione, meglio il conflitto vero e proprio, si innesca tra livelli di ricerca e applicazione della giustizia. Fino a mettere in forse l’esercizio del diritto dovere di indagine. Si tratti degli orizzonti generali oppure di casi specifici, il problema è se la modifica di decisioni precedenti sia auspicabile e sintomo di praticata giustizia, oppure corrispondente alla adesione ad altre e diverse priorità. Trump bloccato da un tribunale e rilegittimato da un altro è una delle vicende attuali che più chiamano in causa le libertà di un sistema democratico messo al bando caso per caso.



