Verità contese: la magistratura tra politica e opinione pubblica

L’esercizio della giustizia è al centro di ogni regime politico: democrazie e dittature cercano di motivare i propri comportamenti arbitrari come dettati da leggi di garanzia della intangibilità della loro nazione
Il simbolo della giustizia - © www.giornaledibrescia.it
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L’esercizio della giustizia è da sempre al centro del dibattito sociopolitico alle diverse latitudini del mondo, così il suo rapporto dialettico con il potere politico e i diversi regimi che, di volta in volta, lo incarnano. Un contropotere inaccettabile quello della magistratura, o di suoi organismi? Una garanzia di libertà per i cittadini tutti, garantita dalle carte costituzionali? Da sempre, anche le dittature cercano di motivare loro comportamenti arbitrari come dettati da leggi di garanzia della intangibilità della loro nazione: chi è messo al bando voleva sovvertirne l’ordine. Insomma si preserva il bene comune.

Nelle democrazie occidentali i diversi gradi di giudizio sono l’assicurazione contro errori di procedura o di fatto. Crea dunque una particolare attenzione quando la contestazione, meglio il conflitto vero e proprio, si innesca tra livelli di ricerca e applicazione della giustizia. Fino a mettere in forse l’esercizio del diritto dovere di indagine. Si tratti degli orizzonti generali oppure di casi specifici, il problema è se la modifica di decisioni precedenti sia auspicabile e sintomo di praticata giustizia, oppure corrispondente alla adesione ad altre e diverse priorità. Trump bloccato da un tribunale e rilegittimato da un altro è una delle vicende attuali che più chiamano in causa le libertà di un sistema democratico messo al bando caso per caso.

Non c’è l’invocazione del giudice a Berlino, ma di un altro giudice in un diverso tribunale. I politici italiani chiamati a giudizio come devono comportarsi? Dimettersi o rivendicare il voto popolare che li ha espressi e che ritengono li garantisca fino al giudizio finale? Ci sono poi le inchieste che investono l’attenzione spasmodica e quotidiana dei mass media, soprattutto televisivi, che si fanno indagatori in proprio delle verità negate. Con noi, il pubblico, che finiamo per collocarci nelle curve contrapposte, dei tifosi colpevolisti oppure innocentisti, e appoggiare l’una o l’altra parte delle procure e degli inquisitori. Ma non ci si ferma lì, si delegittima la professionalità e la correttezza di chi viene etichettato come avversario della verità. In queste settimane ha tenuto banco la riformulata vicende dell’omicidio di Garlasco.

Più che focalizzarsi sulle nuove tecnologie di indagine disponibili rispetto all’agosto 2007, epoca del delitto, che consentirebbero di scandagliare ambiti innovativi, si contestano radicalmente quanti indagarono e giudicarono allora e negli anni intercorsi. Non solo per difetti di professionalità, ma per colpevole e interessata gestione dell’accaduto. Si tratterebbe più di malagiustizia, esercitata in passato con conseguenze nell’oggi, che della capacità positiva della giustizia di riformarsi sulla scorta di nuovi elementi. Da qui lo sgomento dei cittadini e l’adesione di molti alle curve delegittimanti. Casistica generale e vicende specifiche palesano la stagione attuale del disagio giustizia e l’inevitabilità che, in un modo o nell’altro, vi venga posto rimedio. A noi tifare per una giustizia giusta.

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