Se la giustizia diventa faida tra correnti

Si discute accanitamente, in Italia, su poteri e limiti della giustizia e rapporti tra magistratura e politica. Si tratta di una questione che attraversa i regimi, che si susseguono e cambiano. Testimonianza della sua importanza e relatività di definizione nel merito specifico. Che tenga banco anche nel regolamento di conti Usa, tra la gestione dell’uscito presidente Biden e dell’entrante, per la seconda volta, Trump evidenzia la sua portata mondiale. Anche nel contesto delle democrazie parlamentari, non solo nei sistemi dittatoriali.
Biden ha messo al sicuro da paventate imputazioni penali suoi familiari, amici e collaboratori sostenitori. Trump, con condanna sospesa, ha subito graziato chi era in carcere per aver contrastato con la forza la sua mancata rielezione, quattro anni fa, dando seguito alle sue aperte denunce di presidenza rubata. Insomma, il sistema di spoliazione non riguarda solo gli incarichi governativi così da sintonizzarli sull’azione che si vuole portare avanti.
Il contenzioso si fa particolarmente aspro quando cambiano radicalmente i fondamentali di chi siede al governo, tanto da voler modificare il dato dei meccanismi decisionali di ciò che è giusto e cosa non lo è. Così, da noi, si fatica a completare il plenum – mancano quattro giudici – della Corte Costituzionale: non c’è accordo sulle caratteristiche dei singoli nominati e la conseguente composizione delle maggioranze decisorie al suo interno. La promossa separazione, da parte del governo Meloni, delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti suscita l’aperta opposizione militante della loro associazione nazionale, che lamenta un attentato ai cardini costituzionali e si schiera fattivamente contro l’eventuale decisione parlamentare.
Il terreno del modo di procedere rispetto alle migrazioni clandestine va oltre la questione degli esiti del processo a Salvini, per investire la legittimità delle attuali scelte governative sia sul dove collocare i clandestini sbarcati nel nostro territorio, sia sulla sicurezza interna dei paesi di eventuale respingimento. La fulminea scarcerazione e il rimpatrio del generale libico Almasri, accusato di crimini contro l’umanità, per irregolarità nell’arresto, ha fatto subito scattare le polemiche su ipotizzate scelte politiche legate alla volontà di non dispiacere al governo libico, con il quale si interpongono azioni per il controllo dell’esodo dei clandestini.
Questa è l’ordinanza sulla scarcerazione del generale libico Almasri. Ribadisce quanto abbiamo sottolineato: la decisione dipende dall’inerzia del ministro della Giustizia. pic.twitter.com/G0aCmTzsHK
— ANM Associazione Nazionale Magistrati (@ANMagistrati) January 26, 2025
Dopo le dimissioni del ministro Gennaro Sangiuliano per la vicenda personale Boccia ora restano sul tavolo le pendenze giudiziarie del ministro Daniela Santanché. Per la sua decisione se dimettersi o meno, chiede il giudizio della Meloni. I 25 anni dalla morte, in esilio o in contumacia come si suole dire, di Bettino Craxi hanno registrato più commenti di chi ne rivisita la figura di statista rispetto a quanti lo condannano come espressione alta di Tangentopoli.
Rai Uno ha messo in onda, in prima serata, quello che vuole essere l’inquietante film Hammamet sugli ultimi suoi mesi di vita in Tunisia. Di cosa si nutre la giustizia? L’esito della sommatoria degli accadimenti è coltivare la convinzione deludente che non esiste un giudice, da invocare come sopra le parti, a Berlino, piuttosto uno scontro di correnti che si contendono il patentino di vestali della giustizia.
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