Valencia era impreparata a un disastro annunciato

Il «disastro di Valencia» ci ha tutti sconvolti per impatto e forza scaricata a terra dal ciclone Dana (con un terribile numero di dispersi forse sopra i 1.500) e da eventi di piovosità (500 millimetri in 8 ore su terreni argillosi siccitosi e impermeabili) mai registrati in Spagna e forse nemmeno in Europa in un mix infernale tra un tornado e una alluvione (con oltre 220 morti e che purtroppo saliranno).
Fenomeni, allora, sempre più ricorrenti e potenti per intensità e danni provocati e che le immagini hanno registrato con precisione chirurgica sia nella loro fisiologia che anatomia impietosa. Possiamo difenderci solo con cultura della prevenzione e avendo cura idrogeologica dei territori, mitigando i fattori di cambiamento ambientale e dandoci sistemi di allerta ben sperimentati ed efficienti in modo da informare correttamente le persone circa la loro sicurezza possibilmente con soluzioni credibili e realistiche di protezione ed evacuazione nei tempi imposti dagli eventi. Ciò che non è avvenuto a Valencia anche per colpevole sottovalutazione della politica della Generalitat.
La prima domanda – che ripetiamo da anni – è allora sempre la seguente: come possiamo migliorare la gestione del territorio per prevenire simili disastri e come potenziare la nostra capacità di adattamento e resilienza al cambiamento climatico? Perché è ormai evidente che migliorare la gestione del territorio è fondamentale per prevenire disastri come quello di Valencia per evitarne la replicazione e/o mitigandone gli impatti. Tra le strategie essenziali che possono essere adottate troviamo le seguenti.
La pianificazione, partendo dall’aggiornamento infrastrutturale in particolare con la modernizzazione dei sistemi fognari e di drenaggio per gestire meglio le precipitazioni estreme.
Le costruzioni sostenibili, promuovendo una edilizia che realizzi edifici resilienti e l’uso di materiali che resistano a condizioni climatiche avverse.
Le zone di esclusione, ovvero evitare costruzioni in aree ad alto rischio di inondazione e frane e certo non nelle aree golenali dei fiumi che devono guidare, canalizzare e contenere la forza delle acque che scendono dalle montagne assieme alle vasche di laminazione.

Guardando invece alle prospettive di medio-lungo termine necessitiamo di una gestione del territorio che sia strategica ed eco-sistemica con il ripristino degli ecosistemi naturali (per protezione delle zone umide, delle foreste e delle aree naturali che possono assorbire l’acqua in eccesso); agricoltura sostenibile (implementando pratiche agricole che riducano l’erosione del suolo e migliorino la capacità di ritenzione idrica del terreno e che condizioni siccitose non favoriscono); prevenzione e preparazione (con sistemi di allerta precoce sviluppando e migliorando le reti internet per invio dei messaggi per informare tempestivamente la popolazione di eventi meteorologici estremi); piani di emergenza (con dettagli per esercitazioni pratiche regolari educando la popolazione alle «buone pratiche» in caso di disastro); educazione e consapevolezza (con campagne di sensibilizzazione costante per formare la popolazione sui rischi legati al cambiamento climatico e sulle misure di prevenzione coinvolgendo le comunità locali nella pianificazione e gestione del territorio per assicurarsi che le soluzioni siano adeguate alle esigenze specifiche delle diverse zone).
Se poi guardiamo al «cappello politico» servono ovviamente piani di collaborazione regionale, nazionale e internazionale per coordinare gli interventi in caso di necessità che certo non si possono improvvisare e dunque mobilitando la cooperazione Internazionale, coinvolgendo altri paesi per condividere conoscenze e risorse nella gestione dei disastri naturali; e politiche ambientali, implementando azioni di incentivazione alla sostenibilità e alla protezione dell’ambiente.
È evidente che tutte queste azioni vanno poi integrate in piani articolati anche con investimenti formativi (per cambiare radicalmente i nostri comportamenti individuali) che devono essere continuamente allineati e aggiornati con misure adatte ai diversi contesti con l’obiettivo di ridurre significativamente il rischio di disastri naturali alzando il livello di protezione delle comunità con una rete integrata di servizi di protezione civile ben oliati e pronti ad agire e che a Valencia purtroppo sono mancati in una tragica coincidenza tra sottovalutazione, assenza di cultura della prevenzione e dell’emergenza e di piani adatti di allerta e di evacuazione oltre che di pronto intervento.
Del tutto evidente che le soluzioni di medio e lungo termine devono incrociare cultura ambientale, consapevolezza degli eventi climatici estremi, infrastrutture adeguate e prevenzione che anticipi le emergenze a partire dalla preparazione delle persone con una appropriata educazione. Come non vi è dubbio che non debbono ripetersi i conflitti tra poteri locali e centrali, tra Valencia e Madrid (oltre che tra Governo e Monarchia) e che abbiamo visto anche in Italia tra Emilia Romagna e Governo per le ripetute inondazioni in soli 2 anni e i ritardi nei ristori.
Ora non è il tempo delle polemiche e mai delle violenze – anche se la «rabbia» si può anche comprendere e tuttavia non giustificare anche di fronte ai tantissimi morti – perché ora è tempo di alleviare il dolore dei sopravvissuti e assistere i feriti, recuperare gli scomparsi, riavviare alla «normalità» i territori oltre il fango e ricostruire contenendo il rischio medico-sanitario in assenza di acqua potabile ed elettricità.
Poi la politica dovrà continuare a fare (meglio) la sua parte con piani, pratiche, formazione mettendo al centro la prevenzione della cura del territorio e mitigando gli impatti del climate change, ricostruendo anche l’autorevolezza delle sue istituzioni sapendo che l’autonomia regionale non basta nemmeno qua se non accompagnata da pianificazione macroregionale, competenze, intelligenza collaborativa, accoglienza e virtù. È ora il tempo della responsabilità per evitare una crisi umanitaria con una Europa che sappia accorrere e soccorrere.
Luciano Pilotti, Dipartimento di Scienze e politiche ambientali, Università Studi Milano
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