Una legge che potrebbe cambiare la storia del Paese

Nei giorni scorsi, nel disinteresse quasi generale, ma forse proprio per questo, all’unanimità sui punti essenziali, il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva una di quelle leggi che se fossero prese sul serio, cambierebbero la storia del nostro Paese.
Dice infatti il testo accolto con il voto favorevole di tutte le forze politiche: «Le leggi della Repubblica promuovono l’equità intergenerazionale anche nell’interesse delle generazioni future». Tutte le nuove norme delle leggi italiane, le poche che nascono dal Parlamento e le molte che vengono dal Governo, da ora in poi, dovranno essere preventivamente valutate in base alle loro conseguenze sociali e ambientali, non solo per i giovani di oggi, ma anche per i cittadini che verranno, quelli che non sono ancora nati e che dovranno comunque subire le ricadute delle scelte che facciamo.
A ben guardare la legge è una conseguenza dell’inserimento nella Costituzione italiana, nel 2022, dell’indicazione contenuta nell’articolo 9, in base alla quale la nostra Repubblica «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni».
Giunge così a compimento uno degli obiettivi dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS è l’immancabile sigla) che mira ad uno sviluppo che consenta alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza pregiudicare il fatto che anche le generazioni future possano fare altrettanto.
Potrà apparire strano che l’approvazione sia avvenuta alla vigilia della Conferenza sul clima ora in corso in Brasile, senza alcun dibattito e senza diatribe. Eppure la questione della sostenibilità non è neutra rispetto alle polemiche politiche. A livello globale, lo dimostra il fatto che il numero dei capi di Stato e di Governo presenti alla Cop30, a Belém, in Amazzonia, è quasi la metà rispetto alle conferenze precedenti di Parigi e Kyoto, ad esempio. Secondo molti osservatori, questo è il momento della verità, perché ormai sono sdoganate ampiamente, fino quasi a prevalere, le posizioni negazioniste del cambiamento climatico a causa dell’azione dell’uomo, perché l’aggettivo green viene guardato con qualche fastidio, se non con aperta ostilità, perché sarà andata bene se non si faranno marce indietro invece che passi in avanti.
Anche in Italia la divisione è ampia. In particolare tra le forze di maggioranza non tira aria favorevole per l’ambientalismo. Eppure la legge che introduce la valutazione di impatto generazionale (la Vig, secondo l’ineludibile sigla) è stata approvata all’unanimità, avvallando un disegno di legge governativo. Ogni legge dovrà quindi tenere presente quel che potremmo rubare alle generazioni dei nostri figli, nipoti e pronipoti.
Questo il principio dichiarato. Ma adesso cosa cambia? Teoricamente, tutto. In concreto la questione è ancora incerta. La valutazione dell’impatto di una legge sulle generazioni che verranno, infatti, non può essere ridotta solo a vicende climatico-ambientali, ma allargata anche alle conseguenze economiche, sociali, culturali... Ma come?
La legge appena approvata prevede che entro sei mesi il Governo emani almeno un decreto attuativo per indicare come verrà condotta la Vig. Duplice è il rischio che si corre, in base ad esperienze simili del passato. Il primo è che di rinvio in rinvio, le norme attuative non arrivino mai in porto e che l’indicazione di principio resti tale per lungo tempo. Il secondo è che vengano previsti passaggi burocratici che trasformano la valutazione in un adempimento formale ma non sostanziale. L’adesione massiccia e unanime delle forze politiche fa pensare nell’elevata probabilità di uno dei due approdi sopra indicati, con quella deriva gattopardista che è sempre in agguato.
L’applicazione della legge prevede comunque la creazione, presso la Presidenza del Consiglio, di un Osservatorio per l’impatto generazionale delle leggi, con funzioni di monitoraggio, analisi, studio e proposta. L’Alleanza per lo sviluppo sostenibile ha già iniziato a lavorare per definire una metodologia affidabile, anche in allineamento con quanto già sta facendo la Commissione europea, che vorrebbe stendere una strategia per la giustizia intergenerazionale entro il 2026. Non si parte dal nulla. L’Istat ha già elaborato dodici indicatori di Benessere equo e sostenibile, che già sono stati usati, ad esempio, per valutare le legge di bilancio in discussione in Parlamento. E il paragone non è risultato positivo. Se poi si prendono come riferimento i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, le cose si metterebbero ancora peggio nel confronto fra la realtà e quel che dovremmo fare per il bene dei nostri figli. La nuova legge sull’impatto generazionale sarebbe una riforma vera, ma per ora resta circondata dal silenzio.
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