Opinioni

Un padre deve saper dire «no» ai figli

Il genitore non è un amico, ma un compagno di viaggio che sta a fianco, controlla e alla fine presenta il conto
Giuseppe Maiolo
Un padre con il figlio in spalla
Un padre con il figlio in spalla

Era una canzoncina di Gianni Morandi quella dal titolo «Sei forte papà» e pareva una celebrazione della paternità positiva. Orecchiabile, capace di mettere buon umore, alla fine però era un inno alla concessione, dove la forza della paternità stava nell’accontentare i figli.

Quel gufo con gli occhiali che sguardo che ha/ Lo prendi papà? (Sì!) /La lepre in tuta rossa che corse che fa! /La prendi papà? (Sì!). Solo qualche strofa e capiamo che gli apprezzamenti dei bambini sono per la disponibilità paterna ad accogliere e per il piacere delle gratificazioni. Uno che accontenta e concede è di sicuro amabile, ma le funzioni della paternità sono anche altre. Comprendono le frustrazioni e la possibilità che un padre le faccia sperimentare ai figli durante la loro crescita. Spesso nascono da quel saper mettere confini che è uno specifico della paternità, quel dare senso e valore al limite in quanto linea che segna un percorso, ma è pure l’accettazione della trasgressione come violazione delle regole. Compito paterno per nulla semplice soprattutto quando i figli iniziano a fare a braccio di ferro con gli adulti.

Ecco questo è proprio un gioco per preparare i figli alla vita e non per sottolineare come è bello vincere ovunque o essere schiaccianti con l’avversario, ma per allenarli a resistere. Con i piccoli il «braccio di ferro» è divertente se in palio c’è il tempo che serve per sostenere uno sforzo fisico e mentale. Con i più grandi, con i preadolescenti e gli adolescenti, potrebbe essere invece un esercizio con cui si apprendono le strategie per tenere duro e battersi per una giusta causa ma soprattutto per alimentare la perseveranza, che è la forza per non abbandonare l’obiettivo quando non si ottengono successi immediati o se si cade. In altre parole i compiti paterni sono molto impegnativi soprattutto con i figli grandi. Servono per educare alla negoziazione e alla capacità di mediare.

E allora essere padre, più che fare il padre, significa meritarselo. Un titolo, diceva Dostoevskij (I fratelli Karamazov – Feltrinelli) che un genitore deve guadagnarsi sul campo, perché non si eredita. Un padre che soccorre è quello che rialza il figlio se inciampa, che non premia il fallimento ma sprona il fallito ad accettare la sconfitta.

La sua funzione non è quella di un amico ma di un compagno di viaggio che sta a fianco e controlla e alla fine presenta il conto: lascia sbagliare e ammette la possibilità di recupero, concede fiducia e sa aspettare. È il padre che aiuta il figlio a separarsi dalla madre e dal suo amore come dono gratuito e inserisce l’idea che l’amore del padre invece bisogna guadagnarselo. Ma è funzione del padre quella di sostenere la madre perché lasci camminare il figlio sulle sue gambe.

Il padre è tenacia e resistenza necessarie per attraversare il guado che separa l’infanzia dall’età adulta. È lui il Caronte che, come figura mitica, traghetta gli umani da una sponda all’altra e li sostiene nel nuovo viaggio. La sua forza generativa sta nello spronare il movimento e saper attendere, nel saper parlare poco e ascoltare molto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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