La capitolazione dell’Ucraina nel piano che pare tradotto dal russo

Ha preso forma l’ennesimo episodio della saga trumpiana di «risolvere in 24 ore» la guerra in Ucraina. Un banchiere russo e un immobiliarista statunitense, emissari di Putin e Trump, privi di esperienza diplomatica, hanno predisposto 28 punti. Un piano scritto da uno dei due belligeranti e imposto all’altro. Nulla di nuovo: Trump aveva già umiliato Zelensky alla Casa Bianca e steso il tappeto rosso per Putin in Alaska. Il testo è talmente vago e sbilanciato da sembrare redatto direttamente da Mosca ed in effetti l’inglese claudicante di vari punti suggerisce una traduzione dal russo. Non si tratta di una proposta di pace ma di una capitolazione ucraina.
La Russia manterrebbe non solo i territori precedenti al 2022, ma anche quelli conquistati nelle regioni di Donetsk, Lugansk, Cherson e Zaporizhzhia; all’Ucraina verrebbe imposto di cedere il restante 25% del Donetsk che ancora controlla. Mosca restituirebbe a Kyiv solo i lembi di territorio occupati a Sumy, Charkiv e Dnipropetrovsk e si impegnerebbe a non dislocare truppe nel Donetsk ceduto. Kiev dovrebbe riconoscere l’annessione a Mosca di Crimea, Donetsk e Lugansk, mentre a Cherson e Zaporizhzhia il fronte sarebbe congelato.

L’Ucraina dovrebbe ridurre l’esercito da quasi 900.000 a 600.000 effettivi e rinunciare per sempre alla Nato. In cambio riceverebbe un «patto di non-aggressione» firmato con Russia ed Europa. Le «garanzie di sicurezza» per Kiev sono indefinite – e gli Usa le fornirebbero solo dietro compenso. In caso di nuovo attacco russo, scatterebbe una «risposta militare coordinata e decisa» – senza precisare da parte di chi.
L’Ucraina perderebbe invece ogni garanzia se colpisse il territorio russo – compresi Crimea e Donbass, ormai definiti come Russia. Kiev riceverebbe aiuti alla ricostruzione, in parte grazie alla confisca di asset russi congelati, e potrebbe continuare il percorso verso l’Ue. La Russia, invece, vedrebbe le sanzioni gradualmente rimosse e rientrerebbe perfino nel G8. Il piano va oltre il conflitto ucraino: Mosca prometterebbe informalmente di non invadere altri Stati confinanti, mentre l’Occidente sancirebbe la fine di qualsiasi ulteriore allargamento Nato.
Per Kiev sono termini semplicemente inaccettabili: legittimano l’aggressione russa, consolidano le conquiste territoriali e non offrono garanzie credibili. Il «patto di non-aggressione» ricorda il Memorandum di Budapest del 1994, violato senza esitazioni dal Cremlino (Mosca garantiva l’integrità dell’Ucraina in cambio del ritorno delle armi nucleari sovietiche). La minacciata «risposta militare» è priva di meccanismi vincolanti e quindi inverosimile. E l’impegno russo a non schierare truppe nel Donetsk ceduto è risibile: Mosca ha una lunga storia di uso di milizie fittizie per mascherare la propria presenza.

A fronte di un’Ucraina mutilata e fuori dalla Nato, la Russia verrebbe di fatto riabilitata e potrebbe preparare nuovi attacchi da una posizione più favorevole. In stile pienamente trumpiano, il pacchetto è stato prima imposto a Zelensky, salvo poi aprire a future modifiche. Resta però un punto cruciale: l’Ucraina è strutturalmente svantaggiata. L’Ue fatica a sostenerne la difesa, gli Usa hanno interrotto il loro contributo, e l’asse russo-cinese è oggi più saldo che mai, complice l’opposizione condivisa all’ordine internazionale liberale.
Il Cremlino può contare su armi e munizioni nordcoreane e sul sostegno diplomatico Usa. Intanto le difese ucraine cedono lentamente sotto la pressione russa, l’inverno incombe e la rete energetica è allo stremo. Zelensky deve anche fronteggiare un grave scandalo di corruzione che coinvolge la sua cerchia più ristretta. Per Kiev accettare i 28 punti significherebbe arrendersi. Ma un rifiuto – comprensibile – non risolverebbe il nodo di fondo: nelle condizioni attuali, la prospettiva di una capitolazione ucraina appare sempre più plausibile, con questi termini o altri. Forse peggiori.
Giovanni Cadioli – Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova
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