Ucraina, l’illusione della pace in un giorno

Nonostante le dichiarazioni di Mike Waltz, futuro consigliere per la sicurezza di Trump, che invoca la «fine responsabile» della guerra in Ucraina, definendo «pericolosa» l’escalation impressa da Biden con l’uso dei missili Atacms su obiettivi in Russia, è difficile immaginare concretezza per il desiderio di The Donald di «far finire in un giorno» il conflitto.
La visione Usa appare, nelle dichiarazioni di esponenti dell’amministrazione che si insedierà a gennaio, condizionata da «certezze» che si fatica a ritenere tali.
Keith Kellog, inviato speciale di Trump per l’Ucraina e la Russia, ex generale a tre stelle, è stato esplicito: o Putin viene al tavolo e patteggia o Washington aumenterà gli aiuti militari a Kiev, rendendo insostenibili per Mosca i già spaventosi costi della guerra. Difficile però credere che Mosca, le cui truppe registrano in novembre l’avanzata più importante da maggio 2022 (156 kmq solo tra Velyka Novosilka e Kurakhove), accetti di fermarsi sulla linea di contatto, con un’ipotetica fascia di demarcazione controllata dagli occidentali (francesi, tedeschi, polacchi e britannici), tirandosi la Nato in casa accettando una brutta copia degli Accordi di Minsk.
Eppure esponenti repubblicani, come Robert Wilke, sottosegretario alla Difesa nella precedente amministrazione Trump e il sen. Mike Rounds, sostenitore della campagna elettorale, battono su questi tasti, assertori, in un pericoloso gioco muscolare, del linguaggio della forza.
Linguaggio peraltro abituale per Putin, che si è tradotto anche nel lancio, prima volta in un conflitto moderno, di un missile balistico con testate multiple di rientro (potenzialmente nucleari, ma, a giudicare dai video, sicuramente inerti). E che, soprattutto, si concretizza nella terza campagna strategica del conflitto contro le infrastrutture energetiche, con un impiego di mezzi mai visto: in due settimane sono stati lanciati 700 droni Shaed e oltre 100 missili tra cruise, ipersonici e balistici (con questi ultimi due, lo ammette l’Aeronautica ucraina, di fatto mai intercettati anche dai Patriot). I missili Atacms, comunque, creano non pochi problemi ai russi, che fortificano numerosi aeroporti nel raggio di queste armi e spostano più indietro i reparti aerei.
A favore di una trattativa a breve-medio termine gioca però il fatto che Mosca ha interesse a sostenere la propria economia, con inflazione ufficialmente prevista al 23% a fine anno e un cambio sempre più negativo per il rublo: segno che l’economia di guerra, efficace per l’occupazione interna, crea alla lunga non pochi problemi all’esterno. Inoltre, e forse non è un caso, i russi sono all’improvviso chiamati in Siria a sostenere l’alleato Assad, in difficoltà di fronte all’offensiva «ribelle», mentre in Africa, nel Sahel, i pretoriani di Putin iniziano ad avere seri problemi.
Sul terreno intanto continua lo stillicidio, anche se la sempre minor densità di unità ucraine rende meno gravose le perdite russe: incrociando dati indipendenti, pare che da inizio della guerra gli ucraini abbiano avuto 500mila perdite (calcolando anche i feriti, in genere in rapporto di 4 a 1 coi caduti) contro le 650mila russe. Tendenza che negli ultimi mesi ha visto però restringersi la forbice, a svantaggio di Kiev, in penuria di soldati. Anche perché le unità migliori sono impegnate nel Kursk: resistono da tre mesi, ma, circondate da 60mila russi e nordcoreani, han perso metà dei 1.000 kmq conquistati ad agosto.
Nel Donetsk, le operazioni aggiranti russe mirano con successo a far ritirare gli ucraini dai vari villaggi, abbandonando i mezzi ed esponendosi al fuoco in terreno aperto. Ormai sono alla soglia della regione di Dnipro, un milione di abitanti sulle rive del Dnepr, dove si scavano trincee: ma non vi arriveranno rapidamente, certo non prima dell’insediamento di Trump. La guerra purtroppo continuerà per mesi e non finirà in un giorno: l’auspicio è però che non debba pesare anche lo scontro di ego tra la Great America di Trump e la Grande Russia dello «zar» Putin.
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