Le turbolenze dell’Europa e i nuovi doveri dei giornalisti

«Un’Unione di valori in un mondo turbolento», questo il tema del congresso annuale della European Journalists Association, svoltosi la scorsa settimana a Vienna. Nell’anno in cui si celebrano i trent’anni dell’ingresso dell’Austria nell’Ue, assieme a Svezia e Finlandia. Occasione anche per ricordare un nostrano Padre dell’Europa, Alcide De Gasperi. Nato in una Trento ancora austro-ungarica, nel 1911 divenne membro del Reichsrat des Kaiserthums Österreich, cioè il Consiglio dell’Impero Austriaco, dissolto nel 1918. Quell’aula permane intatta, assieme al seggio occupato dal giovane deputato del Sud Tirolo, come esponente del Partito Popolare.
A rammentarne l’azione le parole della pronipote, Guendalina Catti De Gasperi, ricordando l’impegno del bisnonno nell’avviare il processo da cui derivò il trattato per la Comunità europea di difesa (Ced), il suo insistere perché Governo e Parlamento lo ratificassero, il suo angustiarsi per quanto stava maturando, la sua scomparsa una decina di giorni prima della bocciatura della Ced da parte del Parlamento francese.
Oggi, come emerso nei successivi interventi, in un mondo dove la maggior turbolenza per l’Ue è la guerra ai confini orientali, aggravata da incursioni via via più profonde nel proprio territorio, l’esigenza di una comune difesa è sempre più indifferibile. Ciò in quanto, dopo una pace intra-europea oramai ottantenne, e per la quale non si intravedono pericoli, almeno nel futuro prevedibile, viviamo un periodo di non-pace. Una sorta di campanello d’allarme sta suonando. In sostanza – queste le domande con le quali il giornalismo europeista si è interrogato – fino a qual punto sono in allerta le coscienze del popolo europeo? Esiste una vera percezione dell’aggravarsi del problema della sicurezza?

Dalle risposte, suffragate dai sondaggi Eurobarometro e di altra fonte, è affiorato come una crescente maggioranza di cittadini veda nella Russia una minaccia per l’Ue e i suoi Paesi membri. In sostanza, si va diffondendo il sentimento di come la sicurezza europea non possa più essere trascurata. Merito della libera stampa? O, più precisamente, merito del giornalismo europeista? Spazi all’autoreferenzialità non si può dire ve ne siano stati. Tuttavia, la determinazione nel continuare a battere sul chiodo sicurezza è risultata evidente. Vi è sì la percezione della minaccia, ma se questa si mutasse in azioni di guerra, sarebbero i giovani (perché solo loro sarebbero chiamati a farlo) disposti a combattere? Qui le cose si complicano. È stato ricordato un sondaggio, proprio tra i giovani austriaci, dove il 40% degli intervistati si è detto assolutamente non disposto a farlo.
Seconda turbolenza, i dazi di Trump e la risposta della Commissione europea. Se a nessuno piacciono i primi, è diviso il giudizio sulla seconda. Da una parte il male minore, dall’altra una resa. Ma vi è un comun denominatore: l’Europa sconta, anche sul fronte economico, la sua debolezza politica. Ci vuole più unità per navigare in mari tanto agitati.
Il dibattito si è poi inoltrato in una terza turbolenza europea: la democrazia. Valore fondante, valore imprescindibile, valore ritenuto sino a pochi anni fa come non solo definitivamente acquisito, ma addirittura esportabile, essenza di quel soft power del quale l’Ue andava piuttosto orgogliosa. Oggi messo in crisi, sfidato dai movimenti sovranisti. Così, in particolare nelle osservazioni del giornalismo dell’Est (leggi Romania e Georgia), si assiste a una inedita polarizzazione delle società: europeisti da una parte, nazionalisti dall’altra. Anche la stampa segue questa tendenza.
In conclusione, quale il compito del giornalismo europeista in queste turbolenze? Non demordere, spiegare ai cittadini, soprattutto ai giovani, quanto siano ingannevoli e autolesive le vie nazionaliste, perché libertà e pace si conseguono con valori condivisi, non con i miei contro i tuoi.
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