Tregua a Gaza: le problematiche della seconda fase

Quello tra Israele e Hamas è un accordo fatto di numeri. Un accordo in tre fasi, con una prima tregua di 42 giorni, attesa da oltre due milioni di palestinesi fiaccati da 466 giorni di guerra, ma anche da molti israeliani e soprattutto dalle oltre cento famiglie degli ostaggi che erano nelle mani di Hamas e che saranno scambiati con oltre mille palestinesi detenuti, 369 dei quali già liberati.
Attesissimo anche il ripristino del flusso degli aiuti umanitari a una popolazione che manca di tutto e i cui bisogni dovrebbero essere parzialmente alleviati da 600 camion di derrate al giorno. In questa prima fase si è cercato con estrema fatica di definire i passaggi successivi, riguardanti lo scambio detenuti/ostaggi, sia quelli ancora in vita che dei corpi delle vittime, che saranno consegnati nella terza e ultima parte delle trattative, sia un cessate il fuoco permanente.
La fase due è prossima. Tuttavia sull’accordo gravano diverse grosse problematiche. La prima è la tenuta della tregua. Già in passato alcune tra le diverse ramificazioni della militanza palestinese in disaccordo con una linea comunitaria, cercarono di boicottare, spesso con successo, ogni tentativo di dialogo. Il mezzo utilizzato è sempre quello degli attentati terroristici: azioni capaci di far saltare il tavolo delle trattative. Un attacco con un coltello da parte di un simpatizzante di Hamas contro civili in una via di Tel Aviv e l’esplosione di tre autobus nella parte meridionale della città avvenuti negli ultimi giorni sono atti che tendono a destabilizzare il fragilissimo equilibrio in essere.
A Palestinian man recites Quran among the rubble of destroyed buildings in Gaza. pic.twitter.com/ynxvQLT8B5
— Quds News Network (@QudsNen) February 28, 2025
Una seconda intrinseca debolezza consiste nel fatto di non avere prospettive chiare sul futuro status di Gaza: un non-territorio la cui sovranità è ancora oggi oggetto di contesa. L’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania la reclama a gran voce, forte di un possibile accordo nell’accordo con Hamas, che invece ne rivendica il controllo, cercando di accreditarsi con la Russia, con l’ultimo di una serie di incontri organizzati a Mosca agli inizi di febbraio con il vice ministro degli esteri Bogdanov.
Ma il recentissimo riavvicinamento Trump-Putin sulla questione ucraina e soprattutto sulle intese per le terre rare avranno un indubbio impatto sulle dinamiche mediorientali. E per il Cremlino Hamas non rappresenterà più nulla. Il premier israeliano si è affrettato a dichiarare che, dopo la fine delle ostilità, «non ci saranno né Hamas né l’Autorità Palestinese» a Gaza dopo la fine della guerra.
Chi dunque gestirà la fase post-bellica? Gli interessi preminenti sono, ancora una volta, non di carattere umanitario, ma geopolitici ed economici. Alla base c’è un affare da oltre 50 miliardi di dollari, queste almeno le previsioni dei costi calcolati per riscostruire Gaza nell’arco di un decennio, ai quali sono ovviamente interessati gli Stati Uniti e soprattutto l’Arabia Saudita, elemento di spicco del fronte dei Paesi arabi che si riaffacciano solamente ora sulla questione.
E che stimolati dalla controversa proposta di Trump di trasferire l’intera popolazione di Gaza, per facilitare la ricostruzione dell’enclave devastata, abbia motivato i leader arabi a sviluppare, in concomitanza della Fase Due, un’alternativa accettabile anche per l’Amministrazione USA.
Six nouveau-nés sont morts de froid en une semaine à Gaza
— Le Parisien (@le_Parisien) February 25, 2025
Une vague d’air glacial s’est abattue sur le territoire palestinien ravagé par la guerre
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La proposta araba, della quale l’Egitto si fa portavoce e propugnatore, asseconda le richieste di Israele che Hamas non svolga più alcun ruolo nel governo o nella sicurezza nella Striscia, ma che pure l’Autorità vi sia esclusa. Per evitare una seconda Nakba il piano prevede la costituzione di aree sicure dotate di case mobili e rifugi per ospitare la popolazione di Gaza, una redistribuzione delle aree residenziali, compresa la riduzione della densità di popolazione nel nord e la creazione di «zone sicure» a bassa densità di popolazione vicino alle comunità di confine israeliane.
Sono anche previsti siti di stoccaggio delle armi per disarmare le milizie, che saranno controllati da osservatori europei ed egiziani. Seppur sicuramente soggetta a modifiche e miglioramenti, la bozza egiziana cerca di soddisfare le richieste della leadership araba che qualsiasi soluzione a lungo termine debba prevedere la creazione di uno Stato palestinese indipendente, ad oggi potenzialmente realizzabile solo a Gaza. Anche in questo caso sono diversi i punti di debolezza: per ora la proposta non prevede la costituzione di una forza di sicurezza internazionale o araba che possa impedire a gruppi fedeli ad Hamas di minare il piano, o che Hamas stesso possa porsi come alternativa violenta di governo.
Inoltre non affronta la questione, insistentemente posta da Netanyahu, che Israele abbia una qualche forma di supervisione nella ricostruzione del territorio. In attesa che il piano venga discusso al Cairo il prossimo 4 marzo permangono ancora molte incertezze, difficilmente risolvibili nel breve tempo, tra i quali il mancato sostegno di Trump e la ferma opposizione israeliana alla creazione di uno Stato autonomo. V’è poi da chiedersi se i leader arabi saranno disposti a investire molti miliardi di dollari per ricostruire Gaza nell’incertezza che la guerra sia definitivamente terminata. Per ora, al di là dei numeri, sul tavolo delle trattative è la sola proposta concreta.
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