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Un tragico ritorno al passato nell’insegnamento della storia

Sono stati resi pubblici i «nuovi indirizzi» del Ministero dell’Istruzione e del Merito per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione. Con due pregiudizi di fondo
Il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara - © www.giornaledibrescia.it
Il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara - © www.giornaledibrescia.it
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Sono stati di recente resi pubblici i «nuovi indirizzi» del Ministero dell’Istruzione e del Merito per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione. Mi limiterò ad alcune valutazioni su quanto è previsto per l’insegnamento della storia, una disciplina che ha subito forti limitazioni a livello universitario, pagando una sensibile diminuzione delle cattedre, con tutto quel che ne consegue, oltre che sul piano dello sviluppo della ricerca scientifica, anche a livello della formazione dei docenti i quali, peraltro, sono alle prese con un orario del tutto inadeguato di insegnamento della materia.

Ebbene alla base del documento ministeriale sta la teorizzazione secondo la quale l’Occidente – quale Occidente? –può contare sulla superiorità della propria storia rispetto a quella degli altri popoli.

Da un lato, dunque, un ritorno alla vecchia teoria dei «popoli senza storia» che a lungo ha gravato, per fare un esempio, sulla comprensione della storia africana, come ha dimostrato Jan Vansina in tutto il suo itinerario di studioso; dall’altro lato la rivendicazione di una pretesa superiorità occidentale dal punto di vista della elaborazione storiografica, rivendicazione facilmente suscettibile di smentita solo a considerare la produzione di studiosi non occidentali.

Evidenti a mio parere due pregiudizi: in primo luogo quello eurocentrico, che enfatizza la vicenda occidentale come motore della storia tout court, trascurando conflitti politici, contaminazioni culturali e religiose, scambi economici, ibridazione di popoli, i molteplici processi insomma che, oltrepassando spazi nazionali e confini continentali, hanno assunto e continuano oggi a rivestire in un tempo globalizzato una innegabile rilevanza per il mondo occidentale; in secondo luogo il pregiudizio «orientalista» nel senso elaborato da Edward Said in un suo libro straordinario, secondo il quale nei confronti dei popoli orientali e delle loro culture si è depositato, come frutto di uno sguardo coloniale, un cumulo di rappresentazioni fittizie e romanzate, rette appunto sulla presunzione della superiorità occidentale.

A tutto questo si aggiunge, come ha sottolineato uno storico di vaglia, Piero Bevilacqua, la separazione della storia dalla geografia, vale a dire la sottrazione alla vicenda umana dei suoi rapporti con l’ambiente naturale: una prospettiva questa che nella grande storiografia delle «Annales», di Fernand Braudel in particolare, ha trovato magistrali esemplificazioni. Secondo gli indirizzi del ministero inoltre, il racconto della «grande storia nazionale» deve caratterizzare la proposta rivolta agli alunni.

Qui è evidente l’intento di piegare la disciplina storica a scopi identitari, di autocelebrazione nazionale, in rapporto peraltro a studenti la cui provenienza diasporica da Paesi stranieri è significativamente consistente. In sostanza una narrazione edificante che trascura aspetti critici degli sviluppi storici , nonché gli esiti di una storiografia impegnata – lo ha sottolineato un’autorevole studiosa , Giulia Albanese –, a portare alla luce gli elementi di «invenzione» propri di certe retoriche costruzioni dell’identità nazionale.

Senza contare che si suggerisce una semplificazione in chiave fiabesca del racconto storico – la piccola vedetta lombarda, Anita Garibaldi, ad esempio quanto alla vicenda risorgimentale –, a evidente discapito di proposte sorrette da disposizione critica. Per concludere sul punto: un «nazionalismo occidentale» come sintesi della filosofia ministeriale. In questo una trasposizione delle parole d’ordine dell’«Europa nazione», proprie di certi filoni della cultura politica della Destra? La supposizione è tutt’altro che infondata.

Quanto al versante della didattica della storia si propone la trasmissione passiva di una sapere nozionistico, depositato e preconfezionato, in totale controtendenza rispetto alla «didattica per competenze»: un alunno puro ricettore cui non si propongono metodologie attive ed inclusive, abilitate a sollecitare acquisizione di strumenti critici, di autonome capacità di valutazione delle informazioni, un apprendimento mnemonico succube di stereotipi , privo di discernimento. In definitiva il primato del manuale e la consuetudine di «ripetere la lezione», in una scuola nella quale si preclude l’ingresso della storiografia più avveduta e della didattica più avanzata. Il ritorno al passato.

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