Teheran e la lezione di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore

Dalla mera dimensione militare la tattica del temporeggiare sembra essere divenuta una virtù politica necessaria anche per cercare di sopire le forti conflittualità che caratterizzano oggi la complessa compagine mediorientale
Una gigantografia dell'ultimo leader di Hamas Ismail Haniyeh a Theran - Foto Ansa/Epa/Abedin Taherkenareh © www.giornaledibrescia.it
Una gigantografia dell'ultimo leader di Hamas Ismail Haniyeh a Theran - Foto Ansa/Epa/Abedin Taherkenareh © www.giornaledibrescia.it
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Quinto Fabio Massimo rischiò di essere citato nei libri specialistici di storia romana come il Verrucoso, a causa di una verruca che gli sgraziava il labbro superiore, ma grazie ad una tattica militare innovativa, tesa a logorare le forze nemiche senza ingaggiarle direttamente in campo aperto, ma prendendo tempo, riuscì a garantire la vittoria romana sui cartaginesi dopo le disfatte subite a opera di Annibale, passando alla Storia come il Cunctator, il temporeggiatore appunto.

Dalla mera dimensione militare la tattica del temporeggiare sembra essere divenuta una virtù politica necessaria anche per cercare di sopire le forti conflittualità che caratterizzano oggi la complessa compagine mediorientale e per evitare che il conflitto asimmetrico che oppone Hamas a Israele dal 7 ottobre possa evolvere in una guerra regionale. Molte in realtà sono state le occasioni che avrebbero potuto far precipitare la situazione. Le ultime, in ordine di tempo, scatenate dagli omicidi mirati di Israele contro elementi di spicco di Hezbollah e Hamas, con Haniyeh quale vittima più illustre.

A impiegare la virtù della pazienza e della tattica temporeggiatrice funzionalmente ai propri interessi nazionali è stato in prima battuta l’Iran, il quale già in passato, con la morte di Qassem Soleimani nel gennaio 2020, aveva scatenato una ritorsione limitata contro le truppe statunitensi in territorio iracheno, un atto dimostrativo. Nonostante le velleità belliciste di Hezbollah nel voler intervenire a fianco dell’organizzazione palestinese contro Israele, il governo di Teheran ha sempre posto un freno a Nasrallah, segretario del partito, vanificando il piano di Hamas di scatenare un conflitto su più fronti.

Un secondo concreto pericolo di allargamento delle ostilità ci fu lo scorso aprile, quando per la prima volta fu la stessa Repubblica islamica ad attaccare direttamente Israele, anche in questo caso come ritorsione alla distruzione del consolato iraniano a Damasco. Se l’atto politico di per sé fu indubbiamente grave, non altrettanto furono le conseguenze militari. Israele reagì, anch’esso in maniera proporzionata, colpendo una base aerea nel centro del Paese, ribadendo così la capacità di poter distruggere ogni obiettivo in qualunque luogo dell’Iran.

Gli israeliani agirono diversamente dagli iraniani: sorpresa, danno, discrezione consentirono a entrambe le parti di salvare la faccia – ciò che conta di più in politica – evitando una grave escalation. A differenza degli accadimenti precedenti è indubbio che l’omicidio di Haniyeh abbia rappresentato un salto di qualità nella lunga guerra di logoramento nella regione, non solo per l’importante carica che ricopriva, ma perché portato a termine, con modalità tutte da chiarire, direttamente sul territorio santuario iraniano.

Fu chiaramente un messaggio politico: contro Hamas, innanzitutto, ma soprattutto contro la nuova possibile via politica che vorrebbe intraprendere il neo-eletto presidente Pezeshkian, riformista, che sin da subito aveva tentato un primo dialogo con l’Occidente. Una linea di dialogo che sembrerebbe confermata anche dalla scelta dei membri del suo Governo, nel quale figurano alcuni nomi le cui posizioni sono sempre state di moderazione, sia verso la situazione interna, che nelle relazioni internazionali.

Pare sia stato proprio Pezeshkian a suggerire alla Guida Suprema Ali Khamenei di temporeggiare, di rinviare la ritorsione che gli iraniani ritengono legittima in punta di diritto, per riaffermare la propria sovranità e il diritto all’autodifesa. Due le possibili motivazioni. La prima di carattere strategico. Pazienza e temporeggiamento, unitamente all’annuncio più volte promesso che l’attacco ci sarà, servirebbero paradossalmente a ridimensionare i suoi effetti distruttivi, relegandolo a mero atto politico, inducendo così Israele a fare lo stesso.

Questo lasso di tempo è sicuramente servito a Israele per rafforzare le difese sul fianco sud, da dove arriverebbe l’ondata di droni e missili iraniani; e da nord, il fronte di Hezbollah. Ma anche di consentire a Usa e Gran Bretagna di far convergere nell’area i gruppi navali dotati di sistemi antimissile e di difesa aerea a protezione del loro alleato.

La seconda è di far progredire i negoziati tra Israele e i delegati di Hamas, disinnescando la fonte prima di pericolo di escalation. A undici mesi dall’inizio dei combattimenti la guerra è in una fase di stallo, economicamente pesante per Israele, umanamente insostenibile per drammaticità e numero di vittime per la popolazione civile palestinese, a entrambi i contendenti converrebbe una tregua.

L’Iran non vuole farsi trascinare in una guerra regionale e le sue priorità sono oggi la ripresa economica, la pacificazione sociale e il suo reinserimento nella comunità internazionale occidentale. Un’agenda senza dubbio ambiziosa, che richiederà moderazione, dialogo, tempo e pazienza.

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