A Tav e Ponte sullo stretto due «no» molto differenti

La «sindrome Nimby» («Not in my backyard») è cresciuta molto, finendo per coincidere con il mondo ecologista
Un rendering del Ponte sullo Stretto di Messina
Un rendering del Ponte sullo Stretto di Messina
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Non tutte le ciambelle riescono col buco, come noto. E non tutti i «no» sono uguali o intercambiabili. A partecipare del generale riorientamento dello spirito dei tempi e delle culture politiche in direzione neopopulista è anche l’ecologismo. E, dunque, meno ambientalismo scientifico e più comitati di protesta e scontri. Certo, non si tratta di una novità in assoluto, e il conflitto si trova iscritto nel dna originario dei movimenti verdi (tanto da avere generato formule politiche decisamente di opposizione e antisistema, quanto meno per una certa fase, come il grillismo).

Ma non vi è dubbio che la «sindrome Nimby» (not in my backyards, vale a dire «non nel mio cortile») risulti cresciuta in maniera esponenziale, finendo per coincidere con tanto di quello che si agita nel mondo ecologista. Un esempio per antonomasia in materia è quello dei movimenti no-Tav, che hanno dominato a lungo le cronache giornalistiche del nostro Paese, e continuano a far accendere i riflettori in occasioni di sabotaggi nei cantieri e altre azioni eclatanti.

Ecco, non tutti i no delle battaglie ambientaliste, però, risultano equivalenti. Nella fattispecie, i no-Tav e i no-Ponte (sullo Stretto), che una certa propaganda del governo e del destracentro vuole assimilare, corrispondono in verità a due paradigmi differenti di azione collettiva e di lotta ambientalista. Rigettare radicalmente la Tav, pur dovendo riconoscerne alcuni limiti esecutivi (oltre ai ritardi che si sono accumulati nel corso del tempo), significa in buona sostanza dire di no alla modernità e all’Europa, esattamente l’antitesi di quanto avviene nelle proteste contro il «Collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria» (al cui riguardo, infatti, sono già stati presentati dagli opponenti due reclami presso l’Ue).

Dire no al Ponte corrisponde, invece, all’esprimere una critica nei confronti di una visione delle grandi opere assai vecchia e datata, che non riesce a tenere adeguatamente conto dell’impatto ambientale a dispetto delle certificazioni e dei titoli (di cui, purtroppo, in Italia, si ha una memoria storica assai problematica). Una concezione infrastrutturale che, nella fattispecie, non ha cancellato totalmente i dubbi rispetto al rischio sismico, e che promuove principalmente l’uso del trasporto su gomma, congelando un’ingentissima quantità di risorse che dovrebbero piuttosto andare a sanare numerose situazioni critiche quotidiane delle popolazioni delle due regioni del Sud.

Una singola opera elefantiaca rispetto all’idea della rete, come nella Tav. E differente è pure l’estrazione politica: i no-Tav sono via via diventati una galassia di estremismo ideologico, che mescola suggestioni neoluddiste e carica antisistema di tipo anarchico-nichilista, all’insegna di un modus operandi che, in vari suoi ambienti, si rivela purtroppo di tipo eversivo e volto a provocare danni e incidenti, ponendosi in termini di contrapposizione frontale nei confronti delle istituzioni.

Mentre nei no-Ponte trova spazio una rappresentanza assai ampia della società civile e di settori della politica di opposizione e non governativa, senza alcun luddismo né rifiuti aprioristici delle infrastrutture, e con un approccio responsabile alle grandi opere ispirato dai precetti dell’ecocompatibilità. Come diverso è anche il genere di ecologismo: deep ecology totalizzante e antisistemica (specchio di un’avversione per lo sviluppo economico e il mercato) nel caso dei no-Tav, ambientalismo fattivo e non pregiudiziale (con una dimensione single-issue sulle tematiche) in quello dei no-Ponte. Appunto, un(o) no non vale (necessariamente) un(o) no...

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