Una storia di politiche a geometria variabile

L’accrescimento delle situazioni di conclamata deprivazione materiale e dell’esposizione al rischio di povertà (che riguarda il 23% degli italiani), registrato a livello nazionale dall’Istat e a livello locale dalle periodiche rilevazioni sui servizi di assistenza dell’Osservatorio della Caritas di Brescia, è uno degli esiti più critici del decennio in corso che Oxfam ha definito «decennio dei grandi divari».
Dopo 25 anni, le disuguaglianze sono tornate ad ampliarsi e accanto alle tradizionali povertà legate a disoccupazione, malattia e invalidità, sono comparse e si stanno diffondendo nuove forme di povertà spesso tra loro correlate (alimentare, energetica, educativa, sanitaria, ecc.).
Si tratta di uno scenario sul quale pesano, tra gli altri, sia l’incapacità della crescita economica (quando presente) di arrecare benefici generalizzati e non selettivi all’intera popolazione, sia il venir meno (in un numero crescente di casi) della protezione dalla povertà un tempo garantita da alcuni «storici» fattori protettivi quali lo svolgimento di un lavoro e il possesso di un’abitazione.
Ad esempio, l’Istat rileva che circa 2,7 milioni di persone, nonostante lavorino, sono a rischio di povertà. Per dare conto della diversificazione interna alla condizione di povertà è utile riprendere la distinzione elaborata da Caritas tra i «poveri intergenerazionali» e i «poveri di prima generazione». I primi sono immersi in uno stato di deprivazione materiale e subiscono tutti i meccanismi di riproduzione tra generazioni di una povertà che viene ereditata.
Sono toccate in modo particolare le donne, coloro che svolgono professioni poco qualificate e tutti quegli individui che nel salto di generazione non hanno sperimentato particolari forme di mobilità ascendente nell’istruzione e nella classe professionale. Spesso sono già in contatto a livello familiare con reti di sostegno e di aiuto oltre che con gli stessi servizi sociali.
Si tratta di persone che presentano problemi abitativi e in alcuni casi tratti multiproblematici. Ad essi si aggiungono coloro che sono in una condizione di grave deprivazione sociale e che vivono per strada o in baracche, macchine abbandonate, roulotte, capannoni e che frequentano dormitori notturni e centri per interventi di supporto specifici.
I «poveri di prima generazione» sono invece coloro che stanno conoscendo un inedito e inatteso impoverimento rispetto alle origini e che quindi sperimentano per la prima volta questa condizione. Sono spesso persone, anche con livelli di istruzione medio-alti, che almeno apparentemente non hanno il problema della casa, che hanno un lavoro spesso non sufficientemente retribuito e che di fatto hanno vissuto una mobilità discendente rispetto alla propria famiglia d’origine.

Se da una parte, come ricorda papa Leone XIV nell’esortazione apostolica «Dilexi te», la povertà è generata da meccanismi strutturali di tipo economico, sociale e culturale difficili da scardinare è pur vero, dall’altra parte, che sull’attuale scenario pesano le molte incertezze di fondo che hanno caratterizzato negli ultimi anni le politiche sociali in materia.
La rapida successione di misure come il Sostegno all’Inclusione Attiva, il Reddito di Inclusione fino ad arrivare al Reddito di cittadinanza e, ultimo in ordine di tempo, all’Assegno d’Inclusione non ha saputo fornire un chiaro indirizzo e conferire continuità alle strategie di contrasto della povertà, modificando ogni volta i requisiti per l’accesso e l’estensione (o la contrazione) della platea dei potenziali beneficiari.
Allo stato attuale si rende necessaria una politica di contrasto alla povertà a geometria variabile, che sappia perseguire simultaneamente gli obiettivi di intercettare precocemente chi rischia di finire nella spirale dell’impoverimento, ma anche raggiungere e monitorare la condizione delle molte persone in difficoltà per offrire un adeguato sostegno e per creare le condizioni per la loro fuoriuscita dalla povertà, tramite (laddove possibile) il riavvicinamento al mercato del lavoro o comunque attraverso forme di riattivazione sociale.
In ogni caso la lotta alla povertà richiede un approccio e una progettualità di tipo «sartoriale» che tengano conto della situazione personale e dei contesti specifici oltre che della multidimensionalità dei fattori che causano la povertà e di quelli che entrano in gioco nei processi individuali, familiari e sociali che possono proiettare verso il suo superamento.
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