Spread e crescita ai minimi: un paradosso italiano

Due numeri sintetizzano lo stato dell’economia italiana oggi: 70 e 0,5. Il primo è lo «spread» sui titoli di Stato italiani, misurato in punti base e quotato ieri; il secondo è il tasso di crescita nel 2025 del Pil italiano (in percentuale) secondo l’Outlook economico dell’Ocse, pubblicato due giorni fa. Essi sintetizzano i successi ma anche le debolezze dell’attuale politica economica.
Cominciamo con il primo. Come è noto, lo spread misura la differenza di rendimento tra i titoli italiani – per convenzione si riferisce a quelli decennali – e quelli analoghi tedeschi. Si misura in punti base e 70 (anzi ieri si sono toccati anche 69,68 punti) significa quindi che il tasso d’interesse sui titoli italiani è lo 0,7% in più rispetto ai corrispondenti titoli tedeschi.
Ciò non significa che i titoli italiani sono diventati più sicuri dei titoli tedeschi (una gaffe in cui cascò in primavera anche la nostra premier, con accanto il ministro Giorgetti che scosse leggermente la testa); significa piuttosto che la sua contrazione, ad esempio dai circa 120 punti quotati ai primi di aprile scorso, mostra che i titoli italiani sono un po’ meno insicuri (sempre rispetto ai titoli tedeschi). Uno spread così basso non si registra dal 2009.
In realtà, il miglioramento è ancor più esagerato se il confronto viene fatto con il novembre 2011, quando lo spread toccò i 575 punti base e l’allora presidente di Confindustria dichiarò: «Non meritiamo di finire come la Grecia». La Grecia era infatti sull’orlo del fallimento e fu salvata solo dall’intervento della famosa «troika» (Bce, Commissione e Fmi): l’Italia evitò un simile intervento con le misure d’austerità del governo Monti. Paradossalmente la Grecia ha ora uno spread di 60, quindi migliore di quello italiano. Peggiore del nostro è invece, da qualche settimana, quello sui titoli francesi (ora sui 75 punti), per l’elevato disavanzo e la instabilità politica.
Comunque, uno spread basso per l’Italia, da un lato avrà conseguenze positive per l’economia (per i mutui alle famiglie od i prestiti bancari alle imprese) e dall’altro lato segnala la maggiore sostenibilità del debito pubblico italiano, come confermato dai miglioramenti nelle valutazioni delle agenzie di rating: l’ultima è stata Moody’s, due settimane fa, ma in precedenza si erano già mosse S&P, Fitch e Dbrs. Affidabilità a sua volta connessa al rigore della politica economica, che ad esempio ha portato ad un disavanzo pubblico ora in linea con le regole europee (3% sul Pil).
Il secondo numero citato all’inizio segnala invece un certo insuccesso della politica economica. Lo 0,5% di crescita del Pil italiano nel 2025 secondo le stime Ocse è del tutto in linea con le ultime proiezioni della Commissione europea (solo uno 0,1% in più ma invece un poco peggiori sono le stime per il prossimo biennio), per cui era già stato segnalato che l’Italia torna ad essere ultima in Europa quanto a crescita economica.
Il documento dell’Ocse ricorda anche che il tempo delle risorse eccezionali è finito, con un riferimento alle ultime rate del Pnrr che arriveranno il prossimo anno. Purtroppo, non si è colta l’opportunità per una manovra finanziaria più incisiva e, nonostante la prudenza fiscale, la combinazione di bassa crescita e debito elevato può porre l’Italia a rischio – nel medio periodo – nel caso di shock sui tassi o improvvise crisi di fiducia.
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