La scuola alla prova dell’AI tra scorciatoie e responsabilità

Luciano Pace
Oggi c’è chi sostiene che i robot sappiano oramai fare tutto al posto degli studenti. Ma c’è una cosa che l’intelligenza artificiale non è ancora in grado di fare: provare gioia o noia quando si impara
La scuola alla prova dell'AI - © www.giornaledibrescia.it
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Viviamo nell’epoca dell’Intelligenza artificiale. Questo ci conduce a riflettere sui modi in cui impiegarla e su come conviverci. Ci interroghiamo e discutiamo intorno alle sue potenzialità e ai suoi limiti. Alcuni accolgono con entusiasmo la sua presenza nelle nostre vite. Altri la ritengono un pericolo. C’è anche chi cerca, con maggior moderazione, di ponderare l’impatto da essa esercitato, soprattutto nell’ambito degli apprendimenti.

Infatti, alcune prassi di impiego dell’AI stanno diventando abituali a scuola e non solo. Per esempio, la prassi di impiegare l’AI per ottenere informazioni spicce su qualsiasi argomento. Oppure, quella di farle scrivere dei temi, degli articoli o dei saggi al proprio posto. La si può impiegare anche per generare immagini multimediali e musica. Per chi è un minimo addentro a tutto questo non sfugge la potenza manifestata e il fascino esercitato da questa intelligenza macchinale.

Di fronte a tutto ciò, due racconti possono essere di aiuto per riflettere. Il primo, più antico, si trova nel dialogo platonico «Fedro». In esso, Socrate narra del mito del dio egizio Theuth, inventore della scrittura. Questo si presenta dal saggio re Thamus, lodando la sua invenzione. Il re reagisce con sospetto, affermando che la scrittura sarà dannosa per gli uomini. Essa li renderà più stolti. Anzitutto, non trarranno più le loro conoscenze dalla loro anima, esercitando il pensiero. In secondo luogo, imparando attraverso la lettura, cominceranno a ritenersi sapienti per la quantità di conoscenze da loro apprese sui libri.

Un’eco di questa polemica verso la scrittura come veicolo di apprendimento la si sente in chi oggi sostiene che l’AI diminuisce le capacità cognitive e mnemoniche degli studenti. Oppure, in chi nota che l’impiego dell’AI prosciuga la capacità di pensare in autonomia e con senso critico. Di diverso si può notare che, nel nostro tempo, non ci sono più «dei» che si vantano delle loro invenzioni con i capi di Stato. I creatori dell’AI sembrano agire più di nascosto.

Alcuni studenti che utilizzano l'IA a scuola - © www.giornaledibrescia.it
Alcuni studenti che utilizzano l'IA a scuola - © www.giornaledibrescia.it

Il secondo racconto è più recente. Non è un mito, ma una narrazione fantascientifica. Si tratta di una raccolta di racconti scritta da Isaac Asimov fra il 1940 e il 1950 che, contro il suo parere, è stata intitolata dall’editore «Io, robot». Ad essa è ispirato anche l’omonimo film con protagonista Will Smith uscito nel 2004. La storia narra di Sonny, un robot che è diventato simile agli uomini: è dotato di consapevolezza e di libertà.

Ciò che lo fa assomigliare agli umani è il possedere un cuore positronico che simula le emozioni. Sonny, in altre parole, non sarebbe un puro calcolatore logico che sottostà ad alcune leggi inviolabili della robotica. Egli è un essere anche senziente: possiede la capacità di percepire i propri ed altrui stati emotivi. Nella prospettiva di Asimov questo lo rende meno pericoloso di tutti gli altri robot, condannati ad essere dei freddi calcolatori.

In questo momento lo sviluppo dell’AI non prevede ancora ciò che Asimov ha immaginato. Nemmeno sappiamo se giungeremo ad inventare dei robot senzienti, ovvero capaci di sentire odori, sapori, suoni ed apprezzarli. Ciò nonostante, la fantasia di questo scrittore pone una questione sull’AI in relazione all’umanità molto interessante e anch’essa di grande attualità: l’importanza delle emozioni e dei sentimenti quando si impara.

Attualmente, infatti, l’AI manca delle capacità estimative. Essa offre informazioni per lo più corrette e logiche in ogni ramo del sapere, ma non può apprezzarle o disistimarle. Ha una «mente» neutra e neutrale. Diversamente da essa, le intelligenze umane degli studenti possono ancora sentire quanto sia bello ed entusiasmante, oppure noioso e avvilente, imparare. E anche se gli studenti per comodità ne fanno uso, sperimentano ancora l’ansia e la delusione connesse al doverne fare a meno durante le valutazioni.

Tutte queste dimensioni di ordine emotivo sono davvero determinanti in apprendimento, soprattutto sulla motivazione. Chi insegna lo sa. Sta forse, allora, a noi insegnanti individuare modi per impiegare l’AI in prassi tali da supportare l’impegno ad apprendere. Perché per noi umani imparare rimane e rimarrà sempre faticoso e solo un certo entusiasmo può farci accettare il sostenere tale fatica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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