Scenari mutevoli: Trump, l’attacco e l’«effetto pantano»

Mentre si fa sempre più fosco l’orizzonte politico internazionale, a causa della guerra scatenata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro l’Iran, ci si chiede con ansia dove miri l’America finita nelle mani del tycoon di Mar-a-lago. Che indicazioni si possono trarre da un personaggio che dice una cosa il mattino, il contrario al pomeriggio e un’altra ancora la sera? Per lo meno, se ne può dedurre che è volubile, il che non è certo rassicurante, trattandosi di un governante, e non di uno stato qualsiasi. Volubile o, peggio, incerto sul da farsi.
Il risultato si certifica nei danni procurati dalle iniziative assunte (dai dazi comminati all’intero mondo alle minacce rivolte a nemici ed alleati), senza dimenticare l’azione, a dir poco azzardata, della rimozione manu militari di Maduro, capo di un governo straniero. Il clima d’incertezza, che suscita il suo modo imprevedibile, ha raggiunto l’acme con la guerra all’Iran. Ma non finisce qui. C’è un altro dato destabilizzante: la tattica adottata di disorientare l’avversario, cui si aggiunge la cosiddetta Art of the dark («la teoria del pazzo»). Consiste nel minacciare gli interlocutori al fine di strappare condizioni più vantaggiose.
Questo modo funambolico di fare ha diffuso l’idea che l’amministrazione americana sotto la sua guida si muova un po’ alla cieca. A ben guardare, tuttavia, i risultati non sono stati disastrosi. In politica estera, questo modo di fare ha funzionato per lo più come cortina fumogena, ostacolando l’individuazione della sua vera strategia, che, in realtà, è allineata con quella delle precedenti presidenze. È da tempo che gli Usa stanno spostando il baricentro dei loro interessi verso Oriente. Se nel Novecento era l’Urss il nemico per eccellenza, ora è la Cina. Riguardata da questo versante, la politica estera di Trump risulta meno stravagante e bizzarra di quel che può apparire. Gli interventi in Venezuela, Gaza, ora in Iran (tra poco tutto lascia pensare a Cuba) vanno considerati iniziative volte a sottrarre pedine decisive, economiche e politiche, alla strategia di espansione globale adottata dall’Impero celeste, nonché a ridimensionare le ambizioni della Russia di Putin di tornare una potenza globale.
Sino a ieri, Trump poteva farsi bello dei facili successi ottenuti su questo fronte: Hamas messo in un angolo, Maduro spodestato, Cuba sull’orlo del collasso. Il gioco s’è inceppato con l’Iran. Il regime degli ayatollah s’è rivelato un osso ben più duro del previsto. Alla vista del tycoon si profila il fantasma delle tante guerre americane finite male. Il ricordo del Vietnam grava sugli Stati Uniti come un monito a non lasciare la parola alle armi, pena la condanna a mancare l’obiettivo. Immancabilmente, infatti, le imprese belliche con i boots on the ground finiscono per arenarsi in un pantano da cui risulta improbo uscire.

Certo, non è quello che si aspettava il presidente espresso dai Maga (Make America Great Again). E non è con una fila di bare di giovani caduti in una terra lontana che può sperare di convincere l’elettorato ad appoggiarlo alle elezioni di Mid Term. Gli servirà a poco vantare la grande prova di forza, offerta con i bombardamenti su Teheran, se l’esplosione del prezzo del petrolio costerà anche agli americani una fiammata dell’inflazione.
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